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In una casa un’altra casa trovo. Autobiografia di un poeta di due terre

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In una casa un’altra casa trovo. Autobiografia di un poeta di due terre

Joseph Tusiani, In una casa un’altra casa trovo. Autobiografia di un poeta di due terre, Bompiani, 2016

Tra fine anni ’80 e inizio ’90, Joseph Tusiani, il poeta sammarchese emigrato negli Stati Uniti nel 1947, dava alle stampe tre volumi in cui raccoglieva le memorie della sua personale storia di emigrato. La trilogia, intitolata allora La parola difficile, La parola nuova e La parola antica, dopo un certosino lavoro di revisione e snellimento vede oggi la luce in un unico volume edito da Bompiani, con un titolo ripreso da un verso di una poesia in italiano dello stesso Tusiani, Farewell: “In una casa un’altra casa trovo”. Secondo quanto dice nella postfazione Cosma Siani, uno dei due curatori insieme a Raffaele Cera, il lavoro di riduzione dei tre volumi ha riguardato soprattutto “le digressioni didascaliche o erudite”, le ripetizioni, le ridondanze e “l’accumulo di dettagli minimi che rendevano statico il racconto”. In più, è stato fatto un attento lavoro sulle parole, quelle italiane un po’ desuete e gli anglicismi, inevitabili per chi è divenuto scrittore di lingua inglese ed è vissuto sempre all’estero. Con piacere abbiamo constatato che il rifacimento ha avuto i suoi effetti. Il libro, che narra una storia già di per sé accattivante, risulta scorrevole e gradevole alla lettura. Le parole, anche quelle erudite tanto care all’autore, trascinano il lettore nella dimensione dell’emigrante colto. Tusiani, infatti, giunse negli Stati Uniti dopo la laurea, e la sua vita, fino ad allora trascorsa in un piccolo paese come San Marco in Lamis, in una grande metropoli come New York cambia in maniera drastica. Il suo sguardo su questo nuovo habitat, il Bronx, americano sì ma popolato da tanti sammarchesi, compreso il padre, è sempre paziente e amorevole. Le conoscenze di innumerevoli personaggi illustri, di cui si narra nel volume, dimostrano quante possibilità l’emigrazione abbia aperto al genio di Tusiani, altrimenti limitato alla piccola San Marco. L’idea dell’America, che per i paesani rimasti in patria era la terra della ricchezza e dell’abbondanza, Tusiani la racchiude quasi sconsolato in questa frase, con un fondo di eterno rammarico per aver lasciato il Gargano: “M’ero allontanato, sì, ma una parte di me era rimasta in quelle pietre, in quelle piante, in quel cielo, incapace di essere sbarbicata; avevo visto gente diversa e costumi diversi, e per vivere avevo dovuto scordare i suoi linguaggi, i suoi silenzi, le sue foreste, e imparare invece a correre correre correre, mentre tutto lì rimaneva candido e calmo e costante”. Non solo i nuovi lettori, ma anche chi conosceva già la precedente trilogia, sono dunque invitati a leggere ora quest’opera più snella, perché in essa meglio risaltano i punti cruciali dell’esperienza dell’autore: il suo conflittuale rapporto col padre, conosciuto solo a ventitré anni e a New York, il conflitto generazionale col giovane fratello nato in America, gli sforzi per accedere a una carriera e all’ambiente culturale della New York anni ’50-’60.

Mariantonietta Di Sabato

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