Viviamo in un’epoca dove, spesso, i valori balzano all’attenzione più per la loro assenza. In contesti come questi, diventa importante riuscire a conservare nella propria testa, nella propria memoria, alcuni ricordi, alcune “storie di persone” utili a farci assimilare quello che siamo, quello che vogliamo, quello per cui in passato abbiamo combattuto. Alcuni anni fa, non troppi anni fa, i cittadini di Manfredonia, spesso tacciati di mollezza ed apatia, si sono scoperti d’un tratto coraggiosi, capaci ed oltremodo caparbi nel raggiungere un obiettivo. Piaccia o no, al grido di “c’nua jè l’enichem”, le “toste” donne di Manfredonia hanno espresso con forza l’indole ambientalista della nostra popolazione entrando nella storia della nostra città. Disgraziatamente, sono ancora tantissimi i nostri concittadini che continuano a pagare sulla propria pelle le ricadute sulla salute alla quale il “disastro Enichem” ha esposto la città in quegli anni. Purtroppo però, le conquiste umane sono una cosa straordinaria ma ingannevole. Esse, se non “tramandate nella memoria” tendono lentamente a sfumarsi col tempo mutando ciò che prima sembrava acquisito ormai per sempre, conquistato e fissato come scolpito su pietra. Anche il coraggio di quella gente di Manfredonia che, per una volta, ci ha resi orgogliosi della nostra appartenenza, se non coltivato a dovere rischia di dissolversi. Ora veniamo ai fatti. Non tutti sanno che è in fase avanzata di costruzione in località Paglia/Fonterosa a 3 kilometri circa da Borgo Mezzanone un “termovalorizzatore”. E non tutti sanno che, in opposizione a questa realizzazione, è sorto un nutrito movimento di cittadini contrario al compimento dell’impianto che si è riunito sabato sera 19 marzo a Palazzo dei Celestini per tenere un’importante conferenza che ha visto relatori il medico per l’ambiente dott. Dino Leonetti ed uno scienziato dell’Università di Bari, dott. Ruggiero Quarto. Questa diaspora tra termovalorizzatori e proteste dei cittadini, ci riconduce ad un tema particolarmente importante e sotto gli occhi di tutti, il tema dell’emergenza rifiuti. Tutti desideriamo comperare il telefonino con le mille “app”, l’invadente SUV da usare rigorosamente solo in città per fare un tragitto di 2 km, i biscottini confezionati singolarmente, il detersivo che fa bianchissime le nostre mutande e blu i nostri fiumi, ecc. In linea di massima, possiamo dire che mentre in passato si tendeva a conservare e a riparare, al contrario il nostro odierno stile di vita, centrato sul consumismo, produce una smisurata quantità di merci e oggetti da consumare e di rifiuti da smaltire. Da qualche tempo, la soluzione al problema più “in voga” delle amministrazioni locali sembra essere quella di attivare dei “termovalorizzatori”. Un termovalorizzatore è un’ inceneritore di rifiuti in grado di sfruttare il contenuto calorico dei rifiuti stessi per generare calore e produrre energia elettrica. Si distingue dai vecchi inceneritori che si limitavano alla sola distruzione dei rifiuti senza produrre energia. Tuttavia, il fatto che nessuna comunità voglia ospitare con piacere questi impianti, induce ad una riflessione un po’ meno distaccata. Infatti, se è vero che un sistema per lo smaltimento rifiuti dovrà esser pur trovato, è altrettanto vero che le pubblicazioni mediche non risultano essere tutte concordi sul sollevare il cittadino dalle apprensioni sulla salute che potrebbero derivare dall’avere nelle vicinanze uno di questi impianti. Quindi, il tema si presenta molto delicato e di grande importanza. Innegabilmente, come storia locale insegna, anche il minimo dubbio dei cittadini dovrà essere affrontato con estrema trasparenza, poiché, in questioni così delicate, l’ubicazione degli impianti e la concertazione con i cittadini non è un problema di secondaria importanza. Solo in questo modo potrà avviarsi una collaborazione tra cittadini e amministrazioni nella complessa gestione del sistema rifiuti. Tenendo sempre ben presente che tutti, a turno, prima o poi, siamo un po’ produttori e un po’ consumatori.
Roberto Talamo
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