Martedì 7 Febbraio 2023

Io sono in Italia: il diritto d'asilo nella mia città

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In una realtà europea che ha,fra tanti errori, avuto la decenza di abbandonare il sostantivo Comunità, troppo cristiano e sociale, per abbracciare un più asettico ed economico titolo di Unione, in questi ultimi giorni stiamo assistendo, in merito al problema dell’immigrazione, alla messa in scena dei finali spasmi di civiltà dell’uomo europeo. Un uomo che, oggi più che mai, ha dimenticato la lezione e la volontà dei suoi illustri antenati(Spinelli; Rossi; De Gasperi; Adenauer; Schumann) che avevano visto nella costituzione di una casa comune europea, posta su comuni idee di libertà e democrazia, la condizione imprescindibile da cui partire per la presenza, nel vecchio continente, di un uomo nuovo, capace di superare le aberrazioni del positivismo più becero; del nazionalismo; del totalitarismo. Come giudicare, se non nell’ottica di una “dimenticanza”, lo stagno che si e’ creato al confine franco-italiano, diventato nel giro di pochi giorni centro di raccolta per una caterva di immigrati, costretti a compiere il loro ramadan su scogliere che fino ad oggi avevano conosciuto solo il calpestio di borghesi immigrati del turismo ? Come giudicare,se non nell’ottica di un rigurgito iper nazionalista l’atteggiamento del governo ungherese, culminante nel muro, alto secondo le intenzioni di Budapest oltre 4 metri, che dovrebbe separare la terra magiara dalla Serbia, centro di partenza per numerosi migranti? Come giudicare, infine, le diatribe fra tutti gli stati europei circa l’esatta ripartizione, freddamente matematica, sulla base di numeri e calcoli, PIL e Demografia, dei vari profughi, clandestini e rifugiati politici, che attraccano nella cosiddetta Europa del Sud?
A riportare il tutto ad una dimensione più umana, fermo restando il non dover dimenticare l’apporto tecnico-scientifico al problema, e’ stato lo scorso mercoledì, 17 giugno, Papa Francesco, quando si e’ rivolto, durante l’udienza generale, a questa umanità ferita, nei termini di nostri Fratelli e Sorelle. Del resto non dovrebbe sorprenderci l’atteggiamento del tanghero pietrino, abile nel ribadire, in questo clima di fiacco post-modernismo, il ruolo di Mater e Magistra, della Chiesa di Roma.
Anche nella nostra città questo dato e’ percepibile in misura concreta. Una concretezza, da tempo esplicata nelle varie reti assistenziali, caritatevoli e di volontariato, tangibile osservando il programma delle manifestazioni previste per la Giornata mondiale del Rifugiato, iniziate ieri sera,
presso la Casa della Carità, con un convegno, dal titolo ” Il Diritto d’asilo nella mia città”, a cui hanno preso parte il nostro vescovo mons. Michele Castoro; Domenico la Marca, del Consorzio Aranea; padre Arcangelo Maira, missionario scalabrino; Margherita Granatiero, di SPRAR “Capitanata Solidale” e Don Stefano Mazzone, nelle vesti di moderatore. La Casa della Carità, entrata in funzione dal 2010, vero e proprio “centro di ascolto” delle sofferenze dell’umanità più fragile ospita allo stato attuale 16 rifugiati(su un monte-letti di 25 unita’) potendo contare, nella sua peculiare vicinanza alle donne e ai bambini,non solo extra-comunitari, su vari servizi corollari che vanno dal dopo-scuola alla consulenza psico-medica passando per la prossima apertura di una struttura per ragazze madri e sul suo essere anche rifugio per i senza tetto. Molti di questi rifugiati che hanno animato ed animano la Casa provengono da zone di guerra dove palese e’ l’orma della politica estera dei principali stati occidentali. La quasi totalità,che ha visto nella Casa una semplice stazione di passaggio o centro per ricostruire una vita spezzata, sono, infatti Siriani; Nigeriani; Eritrei, perseguitati politici e quindi obbligatoriamente e giustamente protetti, come sancito dalla nostra Costituzione(art. 10) e dalla Convenzione di Ginevra a cui l’Italia ha con convinzione aderito(art. 33).
Dinanzi ai vari giovani ragazzi e ragazze migranti che popolano, con un sorriso e un’energia distante tanti di noi, la Casa della Carità ci si rende conto che,forse, più che vari articoli di costituzioni e trattati,noi uomini del sud abbiamo dimenticato che i nostri progenitori hanno provato comuni sogni e speranze; difficoltà e sofferenze.
Tuttavia, pur essendo evidenti i tratti demagogici del discorso verde padano occorre compiere dei distinguo. E’ vero come detto in precedenza che l’Unione Europea ragiona sempre più con la calcolatrice anche in merito a problematiche e drammi squisitamente umani; e’ vero che la chiesa agisce con la forza della carità senza distinzioni giuridiche(fra rifugiati e clandestini extra-comunitari) e secondo il noto passo (Mt 25, 31-46) del “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” ma e’ pur vero che tale iniziativa sociale, frutto di un’ azione e della presenza della Chiesa nella società, deve necessariamente essere supportata da una decisa iniziativa statale. Solo più mature relazioni fra gli Stati Europei potranno permettere non solo di fronteggiare le maree di profughi ma anche di impedirne la partenza, coadiuvando e non sfruttando i poveri Stati terzomondisti nel tentativo di costruire solide strutture economico-sociali.Solo con una cultura burocratica non parassitaria e clientelare si potrà compiere un’ opera di identificazione circa i veri rifugiati politici. Solo una cultura statale,dinanzi ad una realtà di fede non più totale come in passato,può permettere, forse grazie al Servizio Civile, orizzonte in tanti casi di numerosi post-laureandi alla ricerca solo di punti di credito aggiuntivi, di conoscere l’altro. Gettando ponti e non innalzando muri come insegna Papa Francesco.
Tutto questo in merito allo Stato e’ purtroppo ancora un chimerico invito. Dinanzi a queste problematiche fra Stato e Chiesa solo quest’ultima risponde con convinzione e coordina la società. Lo stato laico, simbolo della vittoria positivista, latita e se si agisce lo si fa, direttamente o meno nel nome di ideali cristiani, non certo laico-statali. Se poi la presenza dello Stato e’ riassumibile nel logo comunale patrocinante queste ed altre iniziative la situazione non migliora. Di uomini di Palazzo San Domenico neppure l’ombra. Di buona e brava gente del mondo della chiesa cattolica o del pensiero cristiano, invece, si.

Domenico Antonio Capone

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