Lunedì 21 Giugno 2021

‘68

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Dopo aver letto i quattro articoli del prof. Silvio Cavicchia sul ’68 in Italia e a Manfredonia ho deciso di cogliere l’invito a contribuire, almeno spero, con delle considerazioni ad analizzare tale fenomeno. Premetto di fare una riflessione generale, per via dello spazio a disposizione su questa rubrica, da studente, e non da sociologo. Il ’68 descritto dal professore colpisce per due aspetti: il protagonismo del mondo giovanile e i suoi difficili rapporti con i partiti politici, specie con il P.C.I. La partecipazione giovanile, dato che non sorprende essendo i giovani potenzialmente l’elemento meno conservatore in una società, fu rivoluzionaria, poiché per la prima volta questo mondo fece sentire la sua voce, la sua esistenza, e in grado di determinare una rivoluzione di pensiero, rompendo e sdoganando immagini e schemi oppressivi ed oppressi. Istanze queste non in pieno capite ed accettate dal mondo partitico, neppure, anzi soprattutto, da parte comunista che dell’emancipazione e della libertà aveva fatto la propria bandiera. Il verticistico P.C.I., a lungo impegnato in un’azione pedagogica degli ultimi, non riuscì nel ’68 a interpretare i tempi nuovi. Tempi in cui i giovani, comunisti e non, cresciuti al contrario dei loro genitori con un minimo di formazione scolastica e politica, non vollero farsi guidare perinde ac cadaver, come dei cadaveri, dai dirigenti partitici. Fa specie, professore, riflettere su queste tematiche in relazione alla nostra contemporaneità. I giovani da lei descritti, non tutti s’intende, sembrano esseri pensanti, animali politici. I giovani del mio tempo, a maggioranza, basta dare un’occhiata sui social, producono una caterva di pensieri non pesanti, evanescenti, di massa. Da essere una pluralità di diversi animali politici i giovani sono adesso animali ad una sola dimensione, quella social-virtuale. Giovani inseriti in un mondo post-ideologico dove la politica come arte del possibile ha perso il senso del possibile e dove si è politici per mestiere e non per rendere un servizio pubblico con la professionalità di un mestiere. In questo mondo nuovo vi è il pathos del ’68? In alcuni casi sì. In molti altri meno. Nei sopravvissuti ma anche in molti giovani vi è il mito, il feticcio, piuttosto che lo spirito del ’68. Non si è apatici ma si vive in una città che induce all’apatia. Abbiamo la presenza del Collettivo InApnea; il gruppo Ambiente Salute; le battaglie ambientali. Tutte realtà degne di lode. Ma minoranze. Osserviamo la partecipazione, latitante, oltre alcuni momenti topici, della collettività. Osserviamo come i politici anziché far da apripista in queste iniziative spesso si accodino, in ritardo. Non integrando ma tollerando, in quanto espressione di minoranze, tali istanze. Osserviamo la partecipazione partitica giovanile da apparatchik, da burocrati in erba. Non voglio essere però pessimista ma pensare ad un mondo nuovo, a partire da un nuovo progetto educativo-formativo per valorizzare, alla stregua del’68, la Persona. Grazie anche all’aiuto di chi ci ha preceduto e può aiutarci a trovare nuove vie.

Domenico Antonio Capone

 

Articolo presente in:
News · Piazza Duomo

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