Martedì 20 Agosto 2019
Giornale a Casa

Savino, una storia tutta di Dio

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Una domenica alla fine di una Messa celebrata alla Sacra Famiglia, mentre ero in sacrestia a togliermi i paramenti, venne una donna, Silvia, la quale mi disse se volevo fare un saluto suo figlio, Savino, malato di SLA; e mi chiese anche se un giorno, a pranzo, avrei accettato di stare con loro. Mi resi subito disponibile ad incontrare Savino, che era lì in chiesa, e anche ad andare a pranzo quella stessa domenica. Quando Savino lo seppe pianse di gioia. Savino ha sempre avuto tanta stima del sacerdozio ed anche della vita consacrata nonostante io gli dicessi che abbiamo tutti tante debolezze e difficoltà a volerci bene. Da questa domenica l’avvio della conoscenza di un giovane uomo che all’epoca del nostro incontro aveva 29 anni. La data, ci tiene a precisare la sorella Rosy, era il 23 agosto (2015), giorno del suo onomastico in cui la Chiesa fa memoria di santa Rosa da Lima.

La storia di Savino può meravigliare chiunque, ma solo chi crede in Gesù Cristo ne può intuire il carattere assolutamente straordinario. Dico intuire, non capire fino in fondo, perché del resto chi è stato accanto a Savino ha visto un’anima potentemente trasformata, purificata dalla mano di Dio. Una storia tutta di Dio.

Più la malattia si prendeva i suoi spazi e più la fede, il fiducioso abbandono di Savino nelle mani di Cristo e della sua Mamma, come lui la chiamava, cresceva. Più la malattia si faceva prepotente più Savino capiva che Gesù era la sua unica ragione di vita, l’unico su cui poter poggiare il capo. Savino non si è mai chiesto il perché di quella malattia. Scrivo e mi viene un sussulto di commozione se penso all’amore che quel corpo consumato aveva per il Signore. Una storia tutta di Dio.

Abbandonato nelle mani del suo Gesù Savino voleva il miracolo, lo ha sempre chiesto, voleva tornare a camminare, divertirsi e lavorare proprio come quasi tutti facciamo in maniera distratta, non tenendo conto della preziosità della vita. E Savino, mai domato completamente dalla malattia, dal suo computer, con WhatsApp, Facebook e la posta elettronica ha continuato a lavorare essendo vice presidente di un’ associazione, Viva la Vita Italia Onlus, che si occupa dei diritti dei malati; ha continuato a divertirsi ascoltando tanta musica da vero ex DJ; ha continuato a camminare, con passo spedito, sulla via di una santità non comune.

Andavo a trovare Savino, e tutta la straordinaria famiglia Romagnuolo, perché tutte le volte che stavo lì facevo il rifornimento di energie. Ero partito pensando di dare, magari qualcosa ho dato, e più il tempo andava avanti più mi rendevo conto che ero lì per ricevere. E non solo da Savino, ma anche dalla mamma Silvia, potente nella fede, dal papà Raffaele, dotato di una spiritualità pratica rarissima, e da Rosy, giovane donna che ha passato i venti anni e il cui futuro non potrà che essere luminoso in Cristo. Il 4 febbraio 2019, alla fine del funerale guardandoli dall’altare, pensavo: «Quanto sono belli!», ringraziando il Signore, protagonista discreto, di averli messi accanto a me sulla strada.

Savino, mai domato dalla malattia, sempre aperto al mondo, a quello che succedeva, sensibile alle difficoltà dei poveri, attento anche a cose perfino non necessarie (quest’ultimo Natale mi ha regalato una coperta come quelle che usava lui), aveva numerosissimi contatti. Dalla sua condizione poteva esortare, confortare, consigliare e dire tutto quello che voleva perché lo diceva nel nome di Gesù e da Lui guidato. Savino su quel letto, autentica immagine del Crocifisso, il suo volto nel tempo dimagriva, si affilava e diventava sempre più bello. Volto trasfigurato dalla santità del Santo. E se andate al Campo Santo sulla lapide vedrete, giustamente, la foto di un ragazzo sano e sorridentissimo ma, come mi ha fatto notare un mio confratello, non così bello e dagli sguardi profondi come quello degli ultimi tempi. Perché chi è attento alla santità preferisce sempre le foto degli ultimi tempi.

Come sorrideva Savino dopo aver ricevuto con la PEG il Sangue di Cristo, dopo la Messa ormai celebrata settimanalmente al suo capezzale. Che felicità per Lui unirsi al suo Signore nel sacramento, che sete di Dio! Come si può avere questa gioia quando si è ridotti al lumicino? Bisogna essersi donati completamente al Signore e così offrire tutto a Lui, ogni respiro, ogni faticoso respiro.

La sua SLA è stata lunga, quasi sette anni e se ne sarebbe andato prima se non avesse avuto, prima degli amici vari, una famiglia che… non so, non ci sono parole. Quel tavolone di fronte al suo letto pieno delle più svariate cose, cose che servivano per aver cura di lui, quel tavolone dove giovedì scorso fu celebrata l’ultima Messa al suo capezzale da parte di Padre Franco (per chi non lo sapesse è così che si fa chiamare il nuovo vescovo), dove Savino pianse di profonda commozione quando il Pastore disse che il suo volto era il volto di Cristo, quel tavolone ormai vuoto dove ormai si potrà tornare a pranzo, o a cena, con i Romagnuolo. Silvia, Raffaele, Rosy che ammirazione e che invidia per la vostra forza. E io gli domando: ma come avete fatto? Savino mi tira uno scappellotto e mi dice: Gesù!

Ora poi Savino mi dice di concludere, perché non vuole trionfalismi ed ha ragione. Savino vuole che ci affidiamo totalmente a Gesù e alla sua Mamma e che non ci scordiamo dei malati e dei poveri.

Padre Fabio Panconesi

P.S.: Chi avesse cose scritte da Savino oppure una testimonianza orale da parte di chi l’ha incontrato, può rivolgersi a don Michele Nasuti della Sacra Famiglia, a Padre Alfredo dei Camilliani di Manfredonia oppure a Padre Fabio dei Ricostruttori nella preghiera di San Leonardo in Lama Volara.

 

Redazione M.
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