Lunedì 6 Dicembre 2021

Capitanata al bivio: il diritto di rinascere

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È stata dura, ma nell’aria il tepore comincia a carezzare i giorni di un’estate attesa come non mai dopo i colpi di una terribile pandemia che ha lasciato segni dolorosi. Che dire, nonostante tutto credo resti sempre inconfondibile da queste parti quella sensazione di libertà che la calura sprigiona in una terra così bella, scolpita in un paesaggio incantevole che si lascia cullare dal vento della piana arsa dal sole che sprofonda in quel suo mare sconfinato. E tuttavia, pensavo che anche se questo dolce sollievo proverà ad allontanare, a nascondere tutto il male che si è annidato negli anni nelle deboli fessure sociali delle sue comunità dolenti, sarà difficile, faticoso riannodare la trama  di un villaggio globale ormai piegato su stesso, come intontito dall’ordine dominante. Guardiamoci intorno, cerchiamo di osservare e di osservarci dentro. Quanta fragilità, quanta ambiguità, quanta pochezza! La Capitanata esce come un “paese spaesato” dai fatti che scrivono il suo presente, giorni difficili in cui sembra essersi smarrito quel paradigma unitario che un tempo la rendeva grande, austera, dignitosa. Le colpe della politica sono innegabili, inutile nasconderlo. Lo sanno bene anche i suoi improbabili odierni protagonisti, come descrivono le storie recenti di malcostume, di ruberie consumate con raccapricciante disinvoltura. E poi i ritardi, le vischiosità, le connivenze hanno disvelato una terra ormai lontana da quella che i suoi padri edificarono con immensi sacrifici, come se improvvisamente avesse scelto di camminare senza se stessa, lasciando cadere nel vuoto la sua identità. Oggi Foggia è in ginocchio, colpita al cuore nella sua storia che ha dovuto annotare pagine indecorose, tra le peggiori del suo vissuto. Ma a ben vedere è tutt’intorno che le cose camminano su un  tessuto collettivo sfilacciato, stanco, capace di dar vita solo ad un monologo di massa che riassume solo precarietà, inaccettabili disuguaglianze e, quel che più spaventa, mediocri classi dirigenti.  Gli esiti giudiziari travolgono Foggia, mentre Manfredonia è alla ricerca di un futuro incerto. A San Severo la criminalità non scherza. Poi c’è il “caso Cerignola” ed ora anche Lucera deve fare i conti con l’impegno davvero stupefacente di demolitori da strapazzo di democrazia capaci di rimettere in discussione il lavoro di un sindaco appena eletto.  La pentapoli è collassata !

Certo bisognerà attendere i processi per capire se gli impianti accusatori, che descrivono spaccati indubbiamente devastanti sul piano etico e morale, reggeranno sul piano probatorio. Ma di grazia, se cambiano le regole in corso d’opera, anche il lavoro degli inquirenti rischia di arenarsi tra le sabbie mobili delle norme e la Giustizia avrà fallito. Serve a ben poco dichiararsi   garantista o giustizialista se vengono meno i cardini della logica : se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli stati se non delle grandi bande di ladri, scriveva Sant’Agostino. In tutto questo diventa ora essenziale pensare ad una nuova spinta collettiva che abbia la forza, la volontà ed il coraggio di chiudere nell’angolo i ceti dominanti visti sin qui all’opera. Ma come, mi domando? Intanto prendendo realmente coscienza di quel che ci circonda con tutto ciò che è accaduto. Dal lavoro intossicante delle mafie, alle zone grigie che ne hanno alimentato la crescita, dai silenzi della politica ai guasti provocati da governanti senza scrupoli, sino a contesti omertosi, bravi a reprimere sul nascere ogni forma di dissenso, perché non cambiare conviene sempre e solo a chi tiene i piedi sulla testa degli altri. Dunque, la verità che si impone è una sola : pensare altrimenti sovvertendo  le liturgie imperanti, una via obbligata per tutti, nessuno escluso. L’azione dello Stato si è rivelata efficace, ha frenato la deriva.Ma sappiamo che non basta, perché quel che resta da fare  spetta agli abitanti di questa Terra. Abbiamo toccato con mano il rigore degli interventi posti a tutela della concordia sociale, buona parte dei quali assunti anche per supplire il vuoto di responsabilità incredibile che ha avvelenato alcuni poteri pubblici chiusi in certi palazzi. Misure dolorose ma doverose, perché nessuno poteva continuare a far credere di portare impunemente l’indecenza nell’ordine immorale permanente delle cose venute in superficie. Cosa dire del lavoro di Raffaele Grassi, indimenticabile Prefetto di Foggia, per quella sua maniera di esercitare i suoi poteri per il bene comune? E del Procuratore Capo Ludovico Vaccaro, sostenuto da una laica coscienza istituzionale, impegnato a fermare una malattia degenerativa della vita pubblica, con quel suo pressante invito a collaborare con esercizi di ragione e di realismo? Come non riflettere sulle parole di Monsignor Vincenzo Pelvi, declinate sul dovere della prossimità che tocca ognuno di noi in questa società, sempre più chiusa nei propri egoismi? Siamo, questo il punto, sul bordo estremo di una soglia, dove è necessario mettere in circolo la cellula genetica del dissenso democratico, perché il rischio serio incombente è di sentirsi tutti parte di un perverso gioco che porta alla omologazione delle coscienze. Prepariamoci dunque a promuovere nuovi sentimenti di coesione e di speranza per il tempo che ci aspetta, perché rinascere significa avere il coraggio di chiudere con ciò che è finito e che non può, non deve tornare. Ha ragione Dimauro, nuovo presidente di Confindustria, quando afferma che per affrontare questa strada c’è una precondizione: rimettersi in cammino per ritrovarsi in un percorso spirituale e collettivo in cui le parole comunità, regole, relazioni tornino ad essere valori. Rinascere quindi, come chiedono quelle braccia levate al cielo di Pablito Rossi nel murales scoperto nel cuore popolare di Foggia. Ma al di là dei simboli, servono azioni, esempi concreti di un nuovo comune sentire la società , come con fermezza hanno fatto i sindaci di Monte Sant’Angelo Pierpaolo d’Arienzo e di Mattinata Michele Bisceglia. Ci vorrà tempo, costerà impegno, forse servirà soffrire. Ma ne varrà certamente la pena perché quando il dolore scende nell’anima, scuote, fa riflettere, aiuta a capire. È strano come il dolore sia il mezzo obbligato per il cambiamento. Bisogna prima un po’ morire per poter rinascere ( Kam Sunny)

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