Martedì 26 Ottobre 2021

Non è tutta politica quella che luccica

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Una premessa prolissa prima di iniziare.

Reagire al balletto patetico dei candidati nascondendosi dietro l’importanza del voto democratico è da pavidi. Votare il migliore tra i peggiori, ossia il pessimo, è un errore pragmatico grave. Occorre, una buona volta, porre e porsi un’altra domanda, più complessa e problematica del “chi voto?”.

In che modo i cittadini devono rapportarsi al potere politico per migliorarlo e adattarlo ai reali bisogni della città?

I metodi di confronto sono due. Quello dell’eretico che elevandosi dalla sua condizione originaria, scaglia la maledizione contro il palazzo e poi torna nella mediocrità, o quello del giullare che intrattiene e diverte il re facendo della mediocrità un vanto. Alternativa non c’è.

Si fa quel che si può, e quello che so fare è imbastire un ordinato delirio per mordere lì dove si nasconde il putrido, per attaccare i più forti, strappando i santini e insozzando l’amorevole e ipocrita dibattito tra candidati.

Ascolto un disagio confuso ma diffuso e lo trasformo in parole sperando possa risuonare nelle sorde aule politiche, tutto qui. Se pure il disagio è spesso indicibile essendo “penalmente perseguibile”, va da se, il mio obiettivo rimane immutato.

Critico una precisa fazione, i più forti come dicevo, poichè paradossalmente, rendono il mio compito più semplice in quanto rappresentano una perfetta sintesi tra i vizi dei cittadini e l’ignavia del resto dei candidati per cui, beninteso, non vale nemmeno la pena sprecare parole.

 

Il più sciagurato dei momenti è quello in cui i cittadini si accorgono che esiste la politica, e decidono di parteciparvi facendo ciò che gli riesce meglio: il tifo.

Per definizione innocuo, esso si trasforma in lama affilatissima se applicato ad una campagna elettorale poiché è lo strumento più utile per polarizzare e scagliare l’elettorato verso avversari immaginari (la vecchia politica, il populismo ecc.) mascherando l’inadeguatezza delle squadre politiche, creando un vuoto di idee, dove l’élite ha la possibilità di proliferare, aumentando i voti, annullando il senso critico e producendo un privilegio dei “buoni”, ossia quella condizione in cui ci si sente sempre, incrollabilmente dalla parte giusta.

Ironia della sorte, il candidato più sostenuto è il presidente della squadra di calcio cittadina nonché perfetta personificazione del niente divenuto comizio di piazza.

La realtà, come spesso accade in questa buia stagione della storia, è più ricca della fantasia considerando anche lo status economico del suddetto, per cui vale la più semplice delle verità: la quantità di denaro non è sinonimo di qualità personale.

Mister “più danni che soldi”, dispenser di banalità benedette da potenti e potentati, propaganda una narrazione di belle parole e buone intenzioni mentre nei suoi cantieri un operaio muore e mentre privatizza spazi pubblici costruendo un centro commerciale travestito da porto che produce buchi milionari e nessun turismo.

Che dire poi della sua “corte” abbellita da pezzi d’antiquariato provenienti da quella vecchia politica tanto osteggiata, ma anche da giovanissimi valvassori, baby manager nel segno del “credere, obbedire, fatturare” e wannabe yuppies di berlusconiana memoria, assidui frequentatori del culto di una “Manfredonia da bere” tanto scintillante quanto dannosa, stagliata sul paesaggio con rovine di una società sempre più iniqua.

Un vecchio adagio recita “Se il padre è povero, i figli amano il denaro; se il padre ha denaro, i figli amano l’umanità” e per estensione noi potremmo dire che, se il padrino politico è ricco, i suoi figliocci ameranno la politica o quantomeno la loro idea di politica, più vicina al marketing che alla messa in pratica di un principio degno di questo nome.

Questo faro puntato dal partito sull’età dei propri candidati e sulla presunta freschezza delle idee è anch’esso uno strumento elettorale efficacissimo, tarato in base alla mitologia giovanilistica nazionale secondo cui, chi non finge di interessarsi ai giovani è sospettato di “attitudine criminale”.

I ragazzi del nuovo che avanza indietreggiando, stringono mani e si agitano per cambiare la città, garantendo proprio che la città con cambi mai; ridotti a incoscienti profeti di un futuro stagnante che per intenderci, non è necessario arrivi, purché lo si racconti.

I tifosi-elettori sostengono quest’orgia di imbecillità e se la cavano a buon mercato, come quando si recita un’Ave Maria e poi si torna a peccare.

Se quindi la città si avvia verso l’incoronazione del “sovrano assoluto” per nulla illuminato, occorre citare Diderot e chiudere la questione così: “qualcuno ha detto che una buona nomea vale più di una cinta d’oro; tuttavia chi ha una buona nomea non ha cinte d’oro; e vedo che oggi a chi ha la cinta d’oro non manca mai la buona nomea”.

 

 

di Davide Prencipe

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