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Interrogativi sulla fondazione di Manfredonia

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Interrogativi sulla fondazione di Manfredonia

Il recente insediamento della statua di Re Manfredi, ha fornito un’occasione per approfondire la questione della fondazione di Manfredonia, sulla quale numerosi studiosi si sono da sempre interrogati. Ad oggi il racconto è tinto dai fasti della leggenda, ma da un’attenta analisi delle fonti andrebbe completato il disegno con il resto dei fatti della storia. Nel primo volume dedicato alla “Storia di Manfredonia”, a cura del Prof. Raffaele Licinio e coordinato da Saverio Russo è presente un saggio di Francesco Violante (Da Siponto a Manfredonia: note sulla fondazione) che porta alla luce un interrogativo notevole: il Manfredi noto alla tradizione come padre della nostra città, è il figlio di Federico II di Svevia, o è invece quel Manfredi Maletta, zio materno di Manfredi in quanto fratello di Bianca Lancia, che a fine Duecento reclama il possesso feudale della città? Dalle fonti analizzate da Violante, molti sono gli indizi che fanno propendere per quest’ultima tesi. La fonte documentaria principale a cui si attiene lo studioso è il famoso “Datum Orte”, il diploma con cui Manfredi, il 7 novembre 1263, da Orta, ordina il trasferimento degli abitanti di Siponto, per via dell’insalubrità del luogo, dall’antica città, ad altro sito limitrofo, dove pure “un tempo la civitas stessa aveva conservato salde le proprie fondamenta (in quo Civitas ipsa antiquitus fundata permanserat)”.
Interessante è quanto rileva Francesco Capecelatro, nella sua Storia del Regno di Napoli, il quale fa un discorso univoco di quanto proviene da Matteo Spinelli e da una lettura diretta del diploma di Manfredi del 1263 che così traduce: “Vedendo dopo che la città di Siponto era poco men che disfatta, per essere in cattivo sito, e di malvagio aere, e perciò nemica agli abitatori, volle torla di là e trasportarla un miglio più su, alle falde del monte Gargano presso al mare in più sano luogo […] e la nominò Manfredonia, dando la cura del suo edificio prima al cavalier Marino Capece, e poi come appare nel real archivio, a Manfredi Maletta Conte di Minio [ossia Mineo, in provincia di Catania], e Trecento [Frigento, in provincia di Avellino], Signor della città di Monte Sant’Angelo, e gran Camarlengo del Regno, e suo zio materno […]”. Dunque il documento del 1263 cita Manfredi Maletta, come investito del ruolo di addetto alla difesa, manutenzione ed edificazione della città. Quindi, in quanto zio materno di Manfredi, conte di Mineo e Frigento, Signore della citta di Monte Sant’Angelo e gran Camerlengo del Regno con il complesso regime demaniale-feudale e signore di numerose terre nel Tavoliere, in particolare nei territori di Lucera e sul Gargano, Maletta sembrava la persona giusta per dirigere i lavori di edificazione del nuovo sito indicato dal nipote. Tuttavia il personaggio non godeva di buona reputazione. Venne accusato di aver tradito Manfredi a Benevento e di aver consegnato a Carlo I il tesoro regio. Dopo Tagliacozzo, Maletta scomparve e i suoi beni, l’Honor Monti Santi Angeli, Varano e Manfredonia, furono concessi nel 1271 da Carlo I al principe di Salerno, futuro Carlo II. Negli anni del Vespro, Manfredi Maletta risiedeva in Sicilia, nelle sue terre di Paternò e appoggiava la causa aragonese. Nel luglio 1299, Maletta contrattò con gli Angioini che assediavano Paternò, ottenendo il perdono regio e papale. Come temporanea garanzia della resa, diede in ostaggio a Roberto di Artois i figli, i nipoti ed affini e s’ impegnò a giurare fedeltà al papa e a Carlo II d’Angiò, se entro otto giorni non fossero giunti i soccorsi da parte di Federico III. Ottenne così un salvacondotto per recarsi dal papa e dal re. In questo modo lui, i suoi figli e parenti avrebbero ottenuto il perdono e mantenuto tutti i feudi e i beni mobili e immobili in Sicilia comprese le terre donate da Carlo II a Ruggero di Lauria. Paternò sarebbe stata sciolta dall’ interdetto e i cittadini fatti prigionieri dal duca Roberto sarebbero stati liberati. Qualora il Maletta fosse stato costretto a lasciare la Sicilia, avrebbe ottenuto come compenso i feudi in Puglia. Questi patti furono sottoscritti da Carlo II nel novembre dello stesso anno e alla fine di dicembre, compare un documento, emanato da Bonifacio VIII, in cui, ricordando la concessione di “solum, in quo terra que Manfredonia dicitur nunc extitit ” da parte di Innocenzo IV a Manfredi Maletta, si sostengono le sue ragioni affinché “terram predictam”, che aveva fatto costruire a proprie spese, “quam in perpetuam tui nominis memoriam Manfredoniam appellasti” sia a lui restituita (Documenti tratti dai Registri Vaticani. Da Bonifacio VIII a Clemente V, ed. D. Vendola). Spiega Violante che sulla base di questo documento, Vendola ipotizzò che Manfredonia non derivi il nome dal re svevo, ma dal Manfredi Maletta. Violante ipotizza dunque una fondazione signorile per Manfredonia, a maggior ragione se si parla del gran camerario del regno, supportata tra l’altro dall’intervento di un re che era per giunta suo nipote. Su queste basi è possibile credere che l’odio dei primi tempi verso il nome Manfredonia, sia stato generato proprio dalle vicende che vedono coinvolto Maletta, potente e temuto uomo di corte sveva, considerato vile e traditore.
Salimbene de Adam, dopo il 1283, così scrive a tal proposito:
Questa città venne costruita in luogo di un’altra, che era chiamata Siponto, e dista da essa due miglia; e se il principe fosse vissuto ancora per alcuni anni, Manfredonia sarebbe divenuta una delle più belle città del mondo […] Ma re Carlo l’ha in dispregio, perché non la può sentire nominare, anzi vuole che venga chiamata Siponto nuova.”
L’unica cosa certa è che l’immagine della fondazione e dell’identità cittadina si costruisce nel corso del Trecento. In sintesi, l’ipotesi che Violante ci espone è che, in seguito alla distruzione delle mura
di Siponto e alla dispersione dei suoi abitanti, la città stessa sia divenuta casale, ossìa abbia subito una decadenza di rango dell’insediamento con un’ ubicazione diversa da quella della città (come si evince da un documento del 1155 di S. Leonardo che qualifica Siponto come civitas diruta) con una concentrazione di abitanti più numeroso nella zona del porto, lungo uno dei principali assi viari, quello che conduceva a Monte Sant’Angelo, in cui lo zio di Manfredi, possedeva terre donategli da Papa Innocenzo IV poco prima del 1254. L’accentramento degli abitanti in quella zona detta nuova Siponto, giustificherebbe l’espressione del Datum Orte “in quo Civitas ipsa antiquitus fundata permanserat”, dove civitas sta per comunità di abitanti e di luogo di identità collettiva, piuttosto che in senso edilizio-urbanistico, e spiegherebbe inoltre l’assenza del nome dell’insediamento nel testo del documento. Dunque si sarebbe trattato non di vera e propria fondazione da parte di Manfredonia, ma di uno spostamento e di un’aggregazione progressiva della popolazione nella parte nuova di Siponto, definitivamente resa obbligatoria dal documento del 1263.
Con ciò, quel documento segnerebbe non la data ufficiale della nascita della città, ma la sua data effettiva, cioè il momento a partire dal quale progressivamente si abbandona la ‘parte vecchia’ di Siponto. Anche da punto di vista urbanistico pare che la città non fosse in un’avanzata fase costruttiva, dal momento che le più importanti infrastrutture, portuali, viarie e difensive, sono state avviate e terminate da Carlo I d’Angiò verso la fine del XIII sec., il quale con buona ragione non voleva sentir parlare di Manfredonia ma di Nova Sypontum.
Mario Sanfilippo , nel suo saggio “Le città pugliesi dall’XI al XV secolo: continuità e persistenze negli insediamenti difensivi, scrive: “L’ironia della sorte ha fatto sì che Manfredonia, fondata nel 1263 e non precedentemente, non fosse completata al momento della sconfitta e morte di Manfredi: così sono stati gli Angioini a portare a termine i programmi di Manfredi”
Il problema è che dell’unico documento che ci rimane della fondazione, il “Datum Orte” del 1263, non siamo in possesso dell’originale, ma di una copia molto più tarda, e dunque è difficile esprimersi sulla sua reale veridicità. I riferimenti di Villani e di altri cronisti tre/quattrocenteschi sono, a loro volta citazioni di seconda mano, e quindi andrebbero discussi. Di conseguenza, in assenza di documentazione certa, agli storici restano dubbi e qualche certezza: il ruolo di Manfredi Maletta è stato ben più rilevante di quello del re nel costruire anche urbanisticamente la città; il castello di Manfredonia non ha nulla di svevo, mentre nell’immaginario collettivo, compreso quello degli amministratori comunali è ovviamente il mito della fondazione ad opera di re Manfredi a prevalere.
Pier Fausto Palumbo, in un suo saggio sulla Fondazione di Manfredonia scriveva a tal proposito questo: “Sulla fine di Siponto e la nascita, a sostituirla, della vicina Manfredonia, non è la storia ad aver la parola, ma è la leggenda. Una leggenda, peraltro, troppo moderna per essere degna di rispetto e, sopra tutto, perché non sia possibile romperne l’arcano, creato, come tante altre volte, dall’errore degli uomini”.

Fatima M.Marasco

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9 Responses to “Interrogativi sulla fondazione di Manfredonia”

  1. una sipontina scrive:

    Il professor Palumbo scrive la sua teoria basata sulle fonti storiche, ma il professor Serricchio in “Manfredi e la Fondazione di Manfredonia” non concorda con lo storico Palumbo; allora resta l’interrogativo?http://emeroteca.provincia.brindisi.it/Archivio%20Storico%20Pugliese/1972/Archivio%20Storico%20pugliese%20A.25%201972%20fasc.3-4%20articoli%20PDF/Manfredi%20e%20la%20Fondazione%20di%20Manfredonia.pdf

  2. che vu fej scrive:

    quel documento che lei cita cara signora è filopapale.Maletta era solo un abile codardo.Manfredonia fu fondata da Manfredi figlio di Federico II e Bianca Lancia,un Hohenstaufen a tutto tondo.Sa signora mi ricorda tanto uno storico garganico che poter scrivere libri sulla sua città piega la storia alle sue fantasie, non voglio far nomi per il rispetto del lavro altrui

  3. tonino 01 51 scrive:

    Ma alla fine che importanza ha. O Re Manfredi O Maletta, cosa cambia, sempre Svevo rimane.

  4. gemelli scrive:

    non è proprio proprio svevo, tutto uguale, lo sapevamo già…

  5. Giovanni 12 scrive:

    E chi sei tu? Forse la soprintendenza che io stesso ho chiamato? Spari stracci di storia a go go solo per far credere che ne sai qualcosa..ora ti chiedo cosa sai tu della manfredonia sotterranea e del sigillo di Manfredi? Cosa sai giacomino? Cosa?

  6. Lo sterminatore di congiuntivi scrive:

    Vorrei fare i complimenti alla signora/signorina Marasco. E’ il primo articolo “serio” che leggo sulla storia di Manfredonia.
    Poi vorrei dire al “Cittadino” e a “giovanni12” che di storia locale “loro due” non ne sanno niente. Hanno mai sentito parlare dellao Stamer, della “bolla” di Bonifacio VIII, del Carapellese, dello Scadenziario di Federico II… ebbene cari signori, prima di asserire certe cose, informatevi. E’ bello e facile parlare di storia ad orecchio….
    PS signor Cittadino e signor Giovanni 12, mi provate con documenti alla mano quello che voi asserite?

    • Manfredoniano scrive:

      Guardi che chi si sbaglia è lei non gli altri utenti. Forse lei non sa di quello che è stato trovato nella manfredonia sotterranea! Legga le vere fonti, legga salimbeme da Parma e si accorgerà che nelle fonti che lei cita si parla di maletta come personaggio centrale nella crescita della città, quella città che, vi piaccia o no, Manfredi di svevia fondò! Si informi sulla zecca e sul disegno di Manfredi del”piedamento della città”…

  7. Cittadino scrive:

    NON E’ POSSIBILE UNA COSA DEL GENERE … LA STORIA DICE TUTT’ALTRO…A VOLTE QUALCHE “STORICO DISPERATO” SI INVENTA COSE NON PROVABILI MA MANFREDONIA E’ STATA FONDATA DA MANFREDI DI SVEVIA

  8. Giovanni 12 scrive:

    Ma di cosa parlano questi studiosi? Io ho le prove certe Manfredi di Svevia è il fondatore della nostra città. In un abitazione di mia proprietà nel centro storico ho scoperto una lapide che cita questo e che parla di un altra città già esistente.

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