Venerdì 23 Febbraio 2024

Scuola e nuove tecnologie: la solitudine dei nativi digitali

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Siamo a gennaio e tante famiglie tra qualche giorno (dal 3 al 28 febbraio) dovranno effettuare l’iscrizione a scuola per i loro figli. Nell’ultimo decennio l’uso delle tecnologie, la pervasività delle stesse nella didattica, la presenza in classe di una Lim, una buona dotazione tecnologica sono diventati spesso fattori determinanti per la scelta di una scuola piuttosto che di un’altra. I “nativi digitali”, gli studenti del nostro tempo, secondo tanti, hanno bisogno di una scuola “tenologica”, perché la loro mente è strutturata in modo diverso e imparano di più e meglio se usano pc, tablet e lavagne interattive multimediali.
Ma chi sono i “nativi digitali”? La definizione «nativi digitali» è uno di quei neologismi fortunati per confinare un mostro di ben altra entità. Confinato il mostro nel recinto tecnologico ci sembra di poterlo gestire meglio o quanto meno di non subirne l’ombra minacciosa. Ma andiamo con ordine. «Nativi digitali» è efficace metafora che indica coloro che sono nati in uno spazio fatto di tecnologia digitale, rispetto a coloro che vi arrivano provenendo da un altro spazio: coloni, immigranti. L’altra faccia del nativo digitale è quindi il «colono digitale» che sbarca nell’isola del nativo e ne rimane abbagliato e confuso allo stesso tempo. La generazione dei nativi digitali infatti provoca sudori freddi a quella dei coloni, quelli che, come tanti di noi “adulti”, si sono ritrovati ad usare una tecnologia nuova e vi si sono (anche tranquillamente) adattati.
Nell’uso generico di smartphone, social, pc sono rapidissimi, ma in fin dei conti raggiungono un livello simile a quello di un adulto. Quando si tratta di operazioni più complesse chiedono aiuto.
Gli “smanettoni” sono l’eccezione che conferma la regola, ieri come oggi.
Insomma il nativo digitale non ha un cervello nuovo o diverso da quello degli adolescenti della generazione precedente E la scienza lo conferma.
L’inventore del termine non è uno scienziato, un pedagogista, ma (guarda caso…) uno sviluppatore di videogiochi. Si chiama Marc Prensky e nel 2001 si è inventato il nesso «digital natives, digital immigrants» riferendosi a chi impara a parlare una lingua sin da bambino, un madrelingua digitale, per distinguerlo da chi ne ha appreso l’uso in modo non naturale. Secondo Prensky questa lingua madre digitale ha modificato il cervello dei nativi, che apprendono in modo diverso dai loro predecessori, motivo per cui la scuola non tecnologica e digitale risulta loro incomprensibile e noiosa.
Una semplificazione che chi sta a scuola sa di non poter accettare.
Questo mito è diventato presto efficace proprio per la sua semplificazione. Ha dato una scusa ad adulti che non riescono più a farsi ascoltare e vedono la noia dipinta sui volti dei ragazzi: «ha un altro cervello, non può capire, non è colpa mia, altri tempi».
Dico una scusa perché in realtà si evita il vero problema.
Ha inoltre fatto salire sul carro(zzone) della scuola i profeti della tecnologia, convinti che lavagne elettroniche e tablet avrebbero risvegliato i cervelli addormentati dal professore analogico (che in dotazione ha solo «la parola»).
Invece non siamo di fronte ad un nuovo tipo di “homo sapiens”, non c’è una generazione diversa dalle precedenti, né una mutazione genetica. L’unica differenza che è stata scientificamente dimostrata non è tra nativi e coloni, ma tra utilizzatori e non utilizzatori degli strumenti. Il cervello si specializza in breve tempo grazie ad azioni ripetute, ma questo, in relazione alla tecnologia, si ha ad ogni età e non solo nei giovanissimi.
Non c’è un solo studio scientifico che dimostri che il cervello dei ragazzi sia mutato, anzi gli studi operati per verificare hanno dimostrato il contrario: il cervello non muta in una generazione. Le tecnologie attivano aree cerebrali che ognuno di noi attiva quando realizza compiti diversi dall’abituale (come imparare una lingua nuova).
Le tecnologie non determinano la motivazione che manca allo studente per ben altri motivi.
Insomma il nativo digitale è il volto che abbiamo dato ad una paura: la rapidità del progresso di questi anni e dei ritmi di vita a cui siamo sottoposti che porta il dialogo fra le generazioni, già di per sé arduo, a incepparsi di più.
Il mito, una volta smitizzato, ci riporta faccia a faccia con il mostro: non ci capiamo e ci capiamo sempre meno perché andiamo velocissimo. La velocità è una delle cause della «crisi dell’esperienza». Andiamo così veloci che non riusciamo a fare esperienza delle cose, figuriamoci trasmetterla alla generazione successiva.
La tecnologia senz’altro ci potrà affiancare ed aiutare a raggiungere quella che erroneamente chiamiamo «attenzione» dei ragazzi, ma che in realtà non è altro che il loro “stato di veglia.” La tecnologia (dalla lavagna al tablet) resta quello che è sempre stata: un grande alleato per afferrare lo stato di veglia e incanalarlo verso l’attenzione. Ma l’attenzione resta compito degli insegnanti e degli educatori, dotati della tecnologia eterna della «parola».
Il mostro è un altro, meno consolante dell’aborigeno tecnologico. Il mostro è la nostra mancanza di disponibilità ad ascoltare, a dedicare tempo di qualità…
La motivazione di uno studente è dentro di lui e viene attivata da quella del docente. In assenza di motivazione del docente non si attiva quella dello studente e non c’è dispositivo che possa fare miracoli.
Nessuna demonizzazione delle nuove tecnologie, nessuna “vuota” nostalgia di lavagna, gesso e libri cartacei, ma solo un invito ad una seria riflessione.
Attenti poi a non sottovalutare la “solitudine” dei cosiddetti nativi digitali: hanno centinaia di amici e “contatti” su Facebook, ma sono soli, terribilmente soli, davanti alla prime delusioni della vita, indifesi di fronte al primo tradimento “vero”, non virtuale, spaventati quando devono gestire la “complessità” della vita reale.
Nel mondo virtuale tutto è semplice: si sta con chi ci piace, “chiudiamo” senza problemi un rapporto, un’amicizia, “incontriamo” solo chi la pensa come noi.
Nessun conflitto, nessun contrasto…il mondo reale, però, è un’altra cosa!
Con un semplice click si può accedere in un attimo a una miriade di informazioni, ma la conoscenza ha bisogno di un approccio critico alle informazioni.
L’entusiasmo digitale di tanti, genitori e insegnanti, l’eccessiva digitalizzazione della didattica possono far perdere di vista i fini del “sapere”, a solo vantaggio dei mezzi.
La scuola è e deve continuare ad essere “diversa”: deve essere luogo privilegiato di confronto, dove si fa “esperienza” di vita; la scuola deve fornire conoscenze, competenze, abilità, ma deve anche educare tutti all’ascolto di ciascuno; deve formare donne e uomini capaci di progettare idee per “costruire” il bene comune.
La tecnologia può essere un utile strumento, ma quanto si ottiene in termini di educazione attraverso discussione, prestazione e contatto umani, costituirà per sempre la più grande risorsa di apprendimento, la scintilla e la fiamma che ci spingono a stare di più insieme agli altri che da soli.

Michela Quitadamo

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Commenti

  • Attenta Gigia: non lasciamo “vegetare” gli alunni davanti ad un Computer!
    E poi ormai sono davvero pochi gli insegnanti che non utilizzano le nuove tecnologie.

    DOC 13/01/2014 16:13 Rispondi
  • A “Gigia” una precisazione:la lezione “canonica” non esiste. La lezione in classe presuppone l’attivazione di una serie di “canali” tra cui anche certamente Lim, pc, tablet che buona parte dei docenti utilizza molto “tranquillamente”.
    Il senso della riflessione posta nell’articolo va ben oltre: non “lasciare” la didattica e l’educazione alle nuove tecnologie.
    Queste ultime sono un alleato prezioso ed ormai indispensabile…mi pare emerga chiaro. Nessuna paura, nessuna “diffidenza”, quindi: solo un uso intelligente, “critico”, guidato della tecnologia che solo la scuola può e deve attuare.
    Le “diverse” intelligenze, poi, o se preferisce le “intelligenze multiple” vanno sviluppate nei ragazzi non solo con Lim e tablet…
    Michela Q

    Michela 13/01/2014 16:07 Rispondi
  • “L’odore della carta” e l’emozione dell’incontro…
    Questo argomento merita tanta riflessione ed un confronto sereno, pone tra l’altro a noi “adulti” molti interrogativi. Non ci sottraiamo nel cercare e dare risposte.

    Per voce sola 12/01/2014 22:03 Rispondi
  • In parte sono d’accordo. Voglio ricordre però alla Sig.ra Quitadamo che da studi lontani e recenti di grandi pedagogisti emerge che l’attenzione dei bambini non va oltre i primi dieci- quindici minuti della lezione. Da qui l’intelligenza di un insegnante trovare nuove metodologie e strategie per mantenere attiva l’attenzione degli alunni; a poco valgono le “parole”. Sempre in riferimento agli psicologi e ai pedagogisti che hanno fatto la storia ci ricordano che non tutti i bambini hanno un’intelligenza uditiva, ve ne sono tante: visiva, cinestetica,….Con questi bambini la lezione canonica serve a poco! Li lasciamo a “vegetare” nei banchi? Oppure da brave insegnanti impariamo a familiarizzare con le nuove metodologie e tecnologie per dare pari opportunità di apprendimento a tutti gli alunni! Ben vengano , quindi, computer e LIM.Capisco che quello che non si conosce spaventa, e quindi si grida al lupo al pupo, ma ci sono i corsi di aggiornamento, basta farli con la giusta predisposizione d’animo: nella vita non si smette mai d’imparare! Se lo ricordi.

    Gigia 12/01/2014 20:54 Rispondi
  • Ritengo molto utile il contributo su “Scuola e tecnologia : la solitudine dei nativi digitali”. Sono sempre più convinta che le “Nuove tecnologie” rappresentino s1 un valido supporto per LA DIDATTICA DELLE DISCIPLINE” ma …niente di più. La scuola deve insegnare ad utilizzare questi strumenti ma per STUDIARE MEGLIO, per RIFLETTERE di più sulle cose, per ESSERE PRONTI al mondo del lavoro! I bambini e i ragazzi della scuola TECNOLOGICA E DIGITALE apprendono più cose, è vero, sviluppano un’intelligenza multipla attraverso una conoscenza immediata della realtà..ma in modo superficiale. E’ TUTTO VELOCE!
    Questo è il vero problema : cercare di andare all’essenziale, in profondità per motivare gli studenti ad imparare.
    Lasciamo pure che i bimbi e i ragazzi usino l’EBOOK, ma cerchiamo di trasmettere ancora l’emozione ed il piacere che si prova nel leggere un buon libro per “sentire l’odore della carta”!

    Vanda 12/01/2014 17:43 Rispondi
  • Cari genitori “affascinati” dal computer e le nuove tecnologie ricordatevi che è e deve restare un utile strumento, ma non sarà mai un tablet a “dirci” perché lo usiamo. Guardate e mirate alla qualità dell’insegnamento e alla preparazione dei docenti, piuttosto che preoccuparvi di quante ore vanno nel laboratorio di informatica.Ed anche in che modo i ragazzi si approcciano alla tecnologia.I “praticoni” del computer come di qualsiasi altro strumento servono a ben poco…

    Pensiero libero 12/01/2014 9:32 Rispondi
  • Bello e attento questo approfondimento, condivido in pieno perche’ mette in luce quanto la relazione , il rapporto con l’altro nell’educazione e’ cio’ che fa la differenza ed e’ cio’ che manca nei nativi digitali che tanti problemi hanno nei rapporti reali! Meditate genitori prima di comprare un cellulare dell’ultimo tipo o un computer a vostro figlio pensando che cosi’ diventa piu’ intelligentie. E’ esattamente il contrario……

    Silvana 11/01/2014 15:49 Rispondi
  • Da leggere e meditare. Interessantissimo! Grazie Redazione

    Cittadina 11/01/2014 13:36 Rispondi

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