Martedì 21 Maggio 2024

Cronaca (quasi) Quotidiana del viaggio sportivo-umanitario “Giro del mondo in bicicletta per i diversabili”

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1465mo giorno, cronaca 111, Dangriga (N16°57.945′ W88°13.162′), Belize, 6 febbraio 2014 10:40 –

Il Messico ha una pessima fama a seguito della guerra tra i diversi cartelli di narcotrafficanti che si affrontano con tattiche da guerriglia più che da gangster. Alcuni ragazzi a Monterrey mi hanno raccontato che sino ad un anno fa, specialmente la notte, era normale sentire il crepitio delle raffiche di AK47 e dei fucili a pompa calibro 12 usati dalle bande e si capiva quando la polizia e l’esercito intervenivano con gli M16, ma soprattutto con i mitragliatori da 50 millimetri, perché emettono un sibilo molto più robusto. A seguito di un accordo tra il nuovo presidente (eletto nel luglio 2012) e i Narcos, gli scontri tra le diverse bande e la polizia sono diventati rari in città. Credo che non ci sia niente di peggio di quando l’autorità Statale venga a patti con le organizzazioni criminali, che quindi vengono poste allo stesso livello di partner legale e autorizzate a continuare la loro attività delittuosa. E non mi riferisco al Messico ma al patto Mafia-Stato in Italia negli anni 90!

Alla fine a Monterrey ci sono rimasto per quasi tre settimane, sia perché mi trovavo particolarmente bene con le nuove amicizie, sia per aspettare un paio di copertoni nuovi della Schwalbe, modello marathon plus tour, che avevo ordinato in rete e che, a causa dal gelo che ha bloccato gli aeroporti americani, tardavano ad arrivare. Tanto che, per velocizzare la consegna, ho cambiato l’indirizzo di recapito, inviando tutto da Erick, un ciclista statunitense che vive a McAllen in Texas, appena oltre il confine. Così il 7 dicembre 2013, in una mattina grigia e piovosa con appena un paio di gradi sopra lo zero, mi sono rimesso in marcia verso nord per percorrere i 300 chilometri sino alla città frontaliera di Reynosa. Non ero solo, con me c’erano Felipe, Armando e Luis, tre temerari che in una festa qualche giorno prima avevano chiesto di accompagnarmi. Francamente credevo fosse uno di quei progetti che nascono dall’ebbrezza e sicurezza indotti dall’alcol e che nell’entusiasmo delle feste sembrano perfettamente fattibili ma che il giorno dopo vengono abbandonati con il sopraggiungere del mal di testa. Perciò, quando alle sette di mattina li ho visti nel cortile della Casa Bicicletera a cavallo delle loro biciclette con uno zainetto legato al portapacchi posteriore, sono rimasto particolarmente colpito e contento della loro presenza. Quella notte abbiamo dormito a General Bravo, dove per cena abbiamo fatto una tale scorpacciata di manzo alla brace che non ho voluto mangiare “res” per il resto del mese. Il giorno dopo alla frontiera statunitense mi aspettavo il solito terzo grado del doganiere, incerto sino alla fine se apporrà o meno il timbro “Admitted” sul passaporto, come se bisognasse dimostrare di essere degni di entrare negli USA. Invece niente di tutto questo, nessuna domanda, nemmeno il timbro sul passaporto, né a me né ai miei compagni! In realtà, loro avevano già dichiarato all’ufficiale che non sarebbero andati oltre le 20 miglia dal confine per cui non c’era bisogno di alcuna registrazione. Per le due notti successive a McAllen siamo stati ospiti di Erick, dopo di che Felipe, Armando e Luis hanno preso l’autobus per Monterrey, mentre io sono rimasto per un altro paio di giorni in cui sono stato intervistato dal canale nazionale FOX News. Di fatto le interviste sono state due, trasmesse su notiziari diversi, ma condotte dallo stesso giornalista che mi ha prima fatto le domande in inglese, poi in spagnolo e, chiaramente, ho risposto conseguentemente nelle due lingue.

tenda ai CaraibiCon i nuovi copertoni e un nuovo asse al mozzo posteriore, il 13 dicembre ho riattraversato il confine in direzione sud seguendo la costa dell’Atlantico e coprendo i 600 chilometri sino a Tampico in appena quattro giorni per allontanarmi il più velocemente possibile dalla morsa di gelo che stazionava nel nord del continente. Man mano che procedevo verso i tropici, mi lasciavo alle spalle il deserto che gradevolmente si trasformava in una savana sempre più verde e lussureggiante, anche se le temperature restavano molto più basse della norma. A qualche chilometro da Tampico, ho rivisto il blu dell’Atlantico dai cui lidi mancavo da una buona ventina d’anni. Qui sono stato ospite della famiglia di Luis composta dalla madre, una sorella minore e Catalina, la maggiore, che è architetto/artista e che ha contattato due televisioni e giornali locali per intervistarmi. Nell’articolo sul Sol de Tampico sono stato definito “un giovane sportivo”, che per quanto mi abbia molto lusingato, specialmente il “giovane”!, conferma che non bisogna credere troppo ai giornalisti… Caty mi ha anche presentato al collettivo ciclista Bike at Night, che conta centinaia di associati e che si è specializzato nel girare la città di notte. Con questi sono andato a pedalare e ho partecipato alla loro festa sociale, due bellissime esperienze che hanno confermato il grande calore e simpatia dei messicani.

cartello con pipistrelloUna volta a settimana Caty dà lezione in una scuola primaria della periferia più popolare dove mi ha condotto per l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze natalizie. Ognuno dei bambini aveva portato qualcosa da mangiare da casa, piatti semplici e decisamente poco salutari come hamburger o dolci fatti per il 90% di zucchero, consumati dopo aver bastonato e rotto una “pignatta” sospesa al ramo di un albero, cosa che ricordo di aver fatto anch’io alle elementari. Sempre Caty, una ragazza veramente speciale, fa anche volontariato in una scuola d’arte per bimbi di strada e di famiglie particolarmente indigenti messa su dall’architetto Cain Valdez che mi ha voluto conoscere e mi ha invitato a raccontare il mio viaggio ai ragazzi che gravitano intorno al centro. Cain è rimasto molto toccato, sino ad arrivare alla commozione, per i miei video e i miei racconti, specialmente quelli dell’India dove aveva trascorso parte della giovinezza, in anni precedenti la mia nascita. Caty mi ha detto di non averlo mai visto così intenerito e di non averlo mai sentito ringraziare e offrire di aiutare qualcuno come aveva fatto con me.

Nei cinque giorni che ho trascorso a Tampico sono stato socialmente impegnatissimo e, in contrasto ancora maggiore con i miei giorni e notti fondamentalmente solitari, il 20 dicembre è arrivata Chris. L’avevo conosciuta alla festa dell’associazione ciclistica RLX a Monterrey, ha una trentina d’anni e fa l’istruttrice di yoga. Nei miei ultimi giorni a Monterrey, abbiamo trascorso intere giornate insieme e tra di noi è subito nata una tenera amicizia, tanto che sarebbe stato un vero peccato non passare le vacanze natalizie con lei. Il piano era di raggiungere in bicicletta la penisola dello Yukatan, lungo i 1500 chilometri della curva del Golfo del Messico, su un terreno fondamentalmente piatto, fatta eccezione per le basse colline al sud di Veracruz. Per me non sarebbe stato un problema percorrere quella tratta nella ventina di giorni delle sue vacanze, ma lei non si sentiva sicura, perciò il 22 dicembre siamo partiti in autobus per Veracruz, riducendo così di un terzo la distanza da coprire pedalando. A Veracuz ci ha ospitato il suo amico Julio, un reputato giornalista sportivo che scrive per El Dictatem, quotidiano decano della stampa messicana, e conduce una trasmissione radiofonica dove mi ha invitato. Veracuz è la città più ricca di storia coloniale del Messico, fu il primo grande porto costruito dagli spagnoli e tutto il centro storico conserva ancora interi quartieri con palazzi fastosi e stupende piazzette con archi lungo tutto il perimetro. Abbiamo passato solo due notti in questa magnifica città e il giorno di Natale abbiamo inforcato le biciclette dirigendoci a sud.

entrando lo stato di TabascoNei primi giorni siamo andati abbastanza spediti avanzando anche 100 chilometri al dì, sino a quando la perturbazione che ha messo in ginocchio gli Stati Uniti e il Canada non ci ha raggiunti e per intere giornate siamo stati tartassati dalla pioggia che ci ha costretto spesso a fermarci due notti nello stesso luogo. Abbiamo passato il Capodanno bloccati in una borgata nei pressi di Villahermosa, dove tutto era chiuso per le festività e abbiamo fatto il “cenone” con qualche fetta di pane al prosciutto e formaggio, guardando la tempesta di pioggia che si scatenava fuori. Un Anno Nuovo indimenticabile, decisamente diverso! Abbiamo anche trascorso alcune notti nella mia tenda, concepita per una persona e che da solo trovo stretta, ma che in due si è rivelata incredibilmente spaziosa. Passato lo Stato di Tabasco siamo entrati in quello di Campeche, dove vaste aree erano allagate, e abbiamo cominciato a vedere un po’ di sole all’altezza dell’estese lagune nei pressi di Cuidad del Carmen. Oramai intorno a noi non c’era che giungla tropicale con le gigantesche acacie che fanno da volta, i mastodontici ficus che con le radici avviluppano tutto come pitoni e le palme che si innalzano slanciate e superbe. Ricordo un proverbio arabo che suggerisce all’uomo di essere come quest’albero: ritto e fiero, e di regalare dolci frutti (i datteri) a chi gli tira le pietre.

Il 9 gennaio 2014 ho aiutato Chris a caricare la sua bicicletta sull’autobus che da Isla Aguada l’avrebbe riportata a Monterrey mentre io ho proseguito lungo la costa sino a Sabancuy. Viaggiando con qualcuno del posto si impara talmente di più e si evitano tanti errori, a questo va aggiunto che Chris è una ragazza gioviale e spassosa ed è stata una perfetta compagna di viaggio, anche se ha degli sbalzi d’umore che la portano dal riso alle lacrime in attimi. Oramai sono quattro anni interi che viaggio da solo e non ho sofferto la solitudine sia perché ho trovato un equilibrio interiore sia perché comunque ho contatti con tante persone. Però, dopo quest’esperienza con Chris, ho cominciato a sentire la mancanza di qualcosa, certamente non la stabilità o il comfort, e forse neanche una persona in particolare, ma più che altro una “compagnia” con cui condividere momenti.

Guardando la mappa, mi sono reso conto di essere ad un passo dal Belize, un paese che mi ha sempre incuriosito per la sua diversità dal resto dell’America latina proprio perché non è latino. Infatti gli spagnoli non riuscirono mai a controllare completamente questi territori che furono il covo di pirati prima di diventare una colonia britannica, dove ancora oggi il Capo di Stato è il sovrano del Regno Unito. La lingua ufficiale è l’inglese, parlato in una forma creola dalla popolazione di colore discendente degli schiavi mentre i meticci, figli degli spagnoli e dei maya, parlano un castigliano mischiato a espressioni indigene. Nelle città la diversità etnica è accresciuta dalla presenza di Indiani e Cinesi cantonesi, immancabili in qualsiasi ex-possedimento britannico, mentre nelle campagne, oltre a quello che resta di varie tribù indigene, spiccano, biondi con occhi azzurri, i puritani Menoniti. Questi belizeani sono di provenienza prussiana, quindi parlano il tedesco del 1500, quando scapparono dalle persecuzioni della chiesa cattolica e dei diversi principi protestanti. Gli uomini vestono salopette o jeans neri tenuti su da bretelle, camicie a maniche lunghe dai colori chiari e un cappello di paglia di panama bianco o crema; mentre le donne sembrano uscite da un dipinto di fine ottocento con i loro vestiti a fiori a mezzo polpaccio, la cuffietta in testa e le scarpe basse con le calze corte. I più ortodossi non usano mezzi a motore ma solo quelli tirati da animali e ho imparato che le loro carrozzelle non hanno bisogno di fari la notte perché i cavalli hanno un’ottima visione notturna e non vanno fuori strada. Fanno vita a sé in vaste fattorie e tra le regole anabatiche che li guidano c’è quella di non chiedere nulla dallo Stato ma non vogliono neanche pagare tasse! Da questo punto di vista molti in Italia sono dello stesso credo…

faccione MayaDopo aver attraversato da ovest a est tutto il sud della penisola dello Yukatan, il 16 gennaio ho raggiunto la cittadina frontaliera di Corozal in territorio belizeano. Per la prima volta ho dovuto dichiarare la bicicletta alla dogana e il suo valore è stato registrato sul passaporto, così se esco dal paese senza bici devo pagare le tasse d’importazione. Da lì sono andato a visitare il sito archeologico Maya di Cerros nella baia di Chetumal e ho scoperto che anche se sono chiamate Highways, le strade non necessariamente sono asfaltate anzi, le uniche autostrade bitumate sono la direttrice nord-sud e quella est-ovest, il resto sono piste sterrate tagliate nel folto della giungla. In Messico avevo già visto il complesso archeologico di Balamku e in seguito sono stato a quello di Lamanai, tutti e tre del periodo pre-classico, così che sto scoprendo il mondo Maya nel corretto ordine cronologico. Mi aspettavo delle strutture religiose piramidali magnifiche, e non sono stato affatto deluso da quello che ho trovato, ma sono rimasto scioccato dalla grandiosità dei palazzi reali e amministrativi, come dagli stadi per il gioco delle pelota. Sicuramente queste città Maya competono in maestosità, finezza architettonica e artistica, e per certi aspetti sono superiori alle coeve metropoli dell’Asia Minore, del Mediterraneo e dell’Estremo Oriente. Quello che trovo assolutamente incredibile è il fatto che i Maya non avevano animali da soma, quindi non usavano la ruota, e non utilizzavano utensili di metallo ma solo di pietra. Praticamente, con un tecnologia del paleolitico euroasiatico hanno sviluppato un’edilizia pari alla coeva Roma imperiale, in questo ci vedo la superiorità!

La tappa successiva è stato il villaggio di pescatori di Sarteneja dove sono arrivato pedalando due giorni su una pista sterrata resa particolarmente impraticabile dalle piogge che hanno trasformato quella polvere rossa in un’argilla collosa che ogni due o tre chilometri dovevo togliere dai freni con le mani perché mi bloccava le ruote. Quella notte ho campeggiato in riva al Mar dei Caraibi, su un fazzoletto di terra tra le mangrovie e l’acqua, in assoluto il posto più incantevole dove mi sia mai fermato a dormire all’aperto. Ho notato sorprendenti similitudini con le aree tropicali del Sud-est asiatico continentale, che mi sono familiari per averci vissuto otto anni. Le stesse scene di bambini mezzi nudi e scalzi che giocano liberi tra la lussureggiante vegetazione, lo stesso sistema di scavare lunghi fossati ai lati delle strade per raccogliere le abbondanti piogge dove prosperano i giacinti d’acqua e le ninfee, persino le case costruite su palafitte quasi identiche a quelle cambogiane. E ancora, la gente che ti saluta quando passi, il fango di cui ti accorgi solo dopo averci messo i piedi dentro, finanche la bandiera, che a prima vista ho scambiato per quella laotiana con la larga fascia blu centrale con al centro un disco bianco e le due strisce rosse orizzontali sopra e sotto. A Sarteneja sono stato a dormire per tre notti in un campeggio molto fricchettone gestito da una coppia di francesi rasta e frequentato da saccopelisti hippy provenienti da vari paesi europei ma nessuno statunitense, cosa rara da queste parti. Ho fatto conoscenza con Lea e Maldina, due incantevoli ventenni danesi che in una notte dove la cervogia scorreva a fiumi e la sativa girava vorticosamente, mi hanno confidato che in questo viaggio si erano innamorate l’una dell’altra, anche se si piacevano da prima!, e non sapevano come comunicarlo ai rispettivi ragazzi a Copenaghen… Con queste due “fate ignoranti” e il biologo messicano Arturo, il 21 gennaio mi sono imbarcato sul monoalbero di undici metri di Al, il francese del campeggio, che ha navigato nei Caraibi tutta la sua vita e che ci ha portato sull’isola corallina di Caulken. Dopo due giorni ho lasciato le danesi a crogiolarsi al sole sulle candide spiagge, perché nelle isole minuscole (Caye Caulken è appena quattro chilometri di lunghezza e 600 metri di larghezza) dopo un po’ soffro di claustrofobia, e ho preso il water-taxi che fa la spola con Belize City, la metropoli del paese. In realtà, è un paesone di 50.000 abitanti ma considerando che l’intera popolazione del Belize non supera i 330.000 residenti, per gli standard locali è molto popolosa.

La mia tappa successiva è stata Orange Walk e il sito archeologico di Lamanai, poi mi sono diretto a sud arrivando al tramonto nel borgo di La Democracia dove una famiglia con una bambina mi ha invitato a dormire nel giardino di casa. La mattina seguente, tirando fuori la bicicletta dal magazzino dove l’avevo lasciata la notte, ho scoperto che qualcuno aveva messo mano nella borsa che avevo lasciato ben chiusa attaccata al portapacchi ed erano spariti il telefono e 250 euro, la metà dei liquidi che avevo lì dentro. Ho parlato con il padrone di casa che ha negato qualsiasi responsabilità, poi ho pregato la moglie che mi restituisse almeno il telefono, alla fine ho minacciato di andare dalla polizia e a quel punto lei si è presentata con il cellulare dicendo di averlo trovato per terra. Intanto ero pronto a ripartire e ho cominciato ad alzare la voce per i soldi però, quando il marito è apparso da dietro la casa trascinando un cane morto ancora attaccato a una corda e affermando che qualcuno l’aveva ucciso, mi sono un po’ spaventato e ho deciso di dileguarmi il più velocemente possibile. Quella scena mi ha inorridito perché si vedeva benissimo che quel cane era morto da giorni, forse settimane, era totalmente rigido con i chiari sintomi che era andato oltre la decomposizione interna, si era come mummificato. Qualche chilometro dopo mi sono fermato in un capanno che serviva da fermata delle corriere e alle donne presenti ho chiesto se conoscessero la coppia che mi aveva derubato, mi hanno risposto affermativamente raccontandomi che tutti nelle vicinanze li conoscevano come dei ladri…

Per il paio di giorni successivi ho meditato sull’accaduto, dopo tutto è la prima volta in quattro anni di viaggio che mi veniva rubata qualcosa. Forse sino ad allora ero stato solo fortunato, ma credo pure perché tengo sempre la guardia alta, anche se questa volta l’avevo un po’ abbassata perché mi trovavo in casa di gente, cosa che avevo fatto centinaia di volte. Non ho troppo da rimproverarmi, potenzialmente non poteva essere una situazione pericolosa, forse prima o poi doveva succedere e sicuramente poteva andare parecchio peggio. Quello che maggiormente mi disturba in questa storia, oltre al danno materiale, è che mi ha lasciato una sensazione di insicurezza, vulnerabilità, sfiducia e un po’ di paura. Due giorni dopo a Belmopan ho provato a denunciare il tutto alla locale stazione di polizia, ma mi hanno risposto che non erano competenti territorialmente, quindi ho abbandonato ogni speranza di recuperare il maltolto e di cercare giustizia.

Da tre giorni mi trovo a Dangriga, in un ostello a pochi metri dalla spiaggia, cercando di prendere una decisione se proseguire a sud per il Guatemala ed eventualmente l’Honduras o ritornare sui miei passi in Messico per raggiungere Cancun e quindi Cuba. Ve lo dirò quando avrò deciso… Alla prossima.

Se avete domande o curiosità lecite, sarò lieto di rispondervi. mt@matteot.com

Sito Ufficiale del progetto con informazioni, foto e video www.travelforaid.com. Cronache precedenti www.travelforaid.com/cronaca

Matteo Tricarico

Articolo presente in:
News

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