Giovedì 16 Luglio 2026

Giornata della Memoria: ad Auschwitz dov’era Dio e dov’era l’uomo? Di Michele Illiceto

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Tra le tante domande che Auschwitz ci ha lasciato, una abbastanza cruciale e complessa riguarda il problema relativo al rapporto tra esistenza di Dio e possibilità del male, una questione che fin dall’antichità ha visto cimentarsi filosofi, teologi e scienziati, facendo tornare in auge la vecchia formula agostiniana “Si Deus, unde malum?” (“Se c’è Dio, perché c’è il male?”), ripresa in seguito anche dal grande filosofo Leibniz.

Anche in questo la Shoah è stata decisiva per aver cambiato in maniera radicale il modo in cui fino ad allora tale questione era stata discussa, tant’è che ad Auschwitz c’è chi la fede l’ha persa e chi invece l’ha addirittura trovata.

Tra quelli che la fede l’hanno persa troviamo, ad es., E. Wisel, che, nel suo resoconto autobiografico, La Notte, ci ha raccontato come perse la fede, Una sera, nel piazzale del campo, obbligato ad assistere all’impiccagione del piccolo Pipel, l’angelo dagli occhi tristi. “Dietro di me sentii il solito uomo domandare: – Dov’è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva: – Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca...”.

Fu un momento impossibile da dimenticare: “Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.”

Più che di negazione sistematica di Dio si è trattato di una specie di rivolta come Wiesel stesso ammette: “Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me. Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di cosa dovevo ringraziarLo?…In altri tempi credevo profondamente che da uno solo dei miei gesti, che da una sola delle mie preghiere dipendesse la salvezza del mondo. Oggi non imploravo più. Non ero più capace di gemere. Mi sentivo, al contrario, molto forte. Ero io l’accusatore, e l’accusato, Dio. I miei occhi si erano aperti, ed ero solo al mondo, terribilmente solo, senza Dio, senza uomini; senza amore né pietà. Non ero nient’altro che cenere, ma mi sentivo più forte di quell’Onnipotente al quale avevo legato la mia vita così a lungo”.

Ad Auschwitz Wiesel rimprovera Dio per il suo silenzio, per essere rimasto a guardare. La stessa cosa accadrà a Primo Levi, il quale, nell’intervista rilasciata a Ferdinando Camon, dichiarerà: «C’è Auschwitz, quindi non c’è Dio».

Diversa è stata l’esperienza di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Dopo essere stata per molti anni agnostica e lontana dalla fede, Etty scopre Dio solo quando comincia a guardarsi dentro: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97).

La sua testimonianza ci insegna che quando hai un mondo interiore in cui trovare riparo, anche se i mondi di fuori crollano, tu riesci a reggere tali crolli, arrivando non solo a sentirti superiore (con una superiorità di tipo morale) del tuo stesso carnefice, il quale, più che tu, è lui per primo a restare vittima del male che ti infligge, ma addirittura provare per loro una profonda compassione: “Spesso ci chiediamo che cosa spinge l’uomo a distruggere gli altri….Ricordati che sei uomo anche tu…Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi….e non vedo nessun’ altra soluzione se non quella di raccoglierci in noi stessi e strappar via il marciume….”.

Ma è proprio all’inferno che Etty raggiunge le vette spirituali più alte. In una delle tante lettere scritte dal campo di smistamento olandese di Westerbork, – era il 18 agosto 1943 –  Etty scrive questo testo spirituale di enorme profondità:

Mi hai resa cosi ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera….Io non combatto contro di te, mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te. Forse non diventerò mai una grande artista come in fondo vorrei, ma mi sento già fin troppo al sicuro in te, mio Dio. A volte vorrei incidere delle piccole massime e storie appassionate, ma mi ritrovo prontamente con una parola sola: Dio, e questa parola contiene tutto e allora non ho più bisogno di dire quelle altre cose. E la mia forza creativa si traduce in colloqui interiori con te, e le ondate del mio cuore sono diventate qui più lunghe, mosse e insieme tranquille, e mi sembra che la mia ricchezza interiore cresca ancora”. (Etty Hillesum, Lettere 1942-1943, Gli Adelphi 1990, pp. 122-123).

Ma il punto più alto la Hillesum lo raggiungerà quando una sera – stremata e in piena solitudine, consapevole ormai che verrà “annientata”, e che quindi non potrà salvarsi – scrive una preghiera che è tra le più belle e struggenti di tutta la storia religiosa e spirituale di sempre. Una preghiera che ha un chè di mistico:

“Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa. Dio, soltanto una piccola cosa: Cercherò di aiutarTi affinché Tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirTi dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che Tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la Tua responsabilità, più tardi sarai Tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: Tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare Te, difendere fino all’ultimo la Tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare Te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: non prenderanno proprio me. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle Tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con Te. Discorrerò con Te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo Ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per Te e a esserTi fedele e non Ti caccerò via dal mio territorio” (Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi 1996, pp. 169-170).

Su questa scia, un altro grande martire del nazismo ci indica la via. Si tratta del teologo protestante D. Bonhoeffer, il quale dal lager di Flossenbürg, ha scritto che è giunto il momento in cui chi crede deve imparare a credere in Dio in un mondo senza Dio, a credere in Dio anche se Lui non ci dà una mano: “con Dio e davanti a Dio noi dobbiamo vivere senza Dio(Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, tr. it. a cura di A. Gallas, Edizioni, Paoline 1989², 440).

In definitiva, il problema non è se Dio c’è o meno, ma se ci siamo noi e in che modo decidiamo di esserci laddove siamo.

Forse aveva ragione F. Guccini quando, in una sua famosa canzone del 1966, Auschwitz, con versi poetici così cantava: “Io chiedo come può un uomo, uccidere un suo fratello. Eppure siamo a milioni, in polvere qui nel vento. Ancora tuona il cannone, ancora non è contento di sangue la belva umana, E ancora ci porta il vento. Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare. E il vento si poserà”.

Pertanto, la vera domanda da porsi non è – non dovrebbe essere – “dov’era Dio ad Auschwitz?”, ma, come ha suggerito il filosofo ebreo A. Neher: “Dov’era l’uomo”.

Ma a questa domanda, che arriva fino a noi, possiamo rispondere solo noi uomini! E rispondere sia individualmente che collettivamente E farlo in ogni epoca. Anche nella nostra. Solo così ha senso celebrare la Giornata della Memoria.

 

 

 

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