Il 30 gennaio scrivevo su queste pagine perché il buon senso mi diceva come votare. Strada facendo l’idea di votare NO si è fatta sempre più forte per averne parlato diffusamente con diversi magistrati ancora sul campo come Antonio Diella, Leone de Castris, Enrico Infante, Mariangela Carbonelli, Giuseppe Mongelli
e Silvio Guarriello. La vittoria del no è talmente larga che non ha bisogno di essere raccontata. È lì, sotto la luce dei numeri. Quel che oggi si vede ad occhio nudo è un paese tutto da ricucire perché di colpo la scena sembra rivelare una nuova versione giolittiana di un’Italietta pronta ad andare in frantumi, questo il capolavoro che il ministro guardasigilli Carlo Nordio ha servito agli italiani. Adesso questa fermentazione politica si travaserà pari pari nel prossimo versante elettorale, nonostante il soccorso dei pannicelli caldi giunti nell’infermeria del centro destra dove, mi chiedo, avranno compreso che i progressisti del campo avverso sono tutt’altro che sinistrati? Proviamo a guardare la mappa del voto? Il sì prevale solo in Lombardia, ma non a Milano, in Veneto, fuori dalle città e in Friuli-Venezia Giulia. Nel Sud il traino per il no è stato incontenibile al punto da spingere Libero (giornale fondato da Vittorio Feltri, poi passato nelle mani di Alessandro Sallusti, oggi diretto da Mario Sechi che è in buona compagnia con Capezzone) a bollarlo come il voto del ceto improduttivo, una mistificazione volgare e
razzista, meritevole a piene mani del suono onomatopeico di una pernacchia. Lezione numero uno: quel che dovranno metabolizzare gli attuali inquilini di Palazzo Chigi è che gli elettori di centro destra che hanno votato no sono di più di quelli di centro sinistra. Lezione numero due: le riforme costituzionali devono essere sempre condivise tra maggioranza e opposizione. Serve naso in queste cose! La crescita dell’affluenza, che ha sfiorato il 60 per cento, rimane di certo un buon segno che lascia sperare. Ma ora che succede? La premier dice che andrà avanti per rispettare il suo mandato e che rifletterà su ciò che qualcuno che non gli è ostile gli ha suggerito. Intanto si fanno sentire i primi effetti del dopo referendum. Arrivano le dimissioni di Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro. Poi tocca a Daniela
Santanchè gettare la spugna. Insomma, governo nel caos e opposizioni sul piede di guerra. In vero ci sarebbe da augurarsi che il successo nel referendum apra una nuova fase anche per il potere giudiziario e i suoi sostenitori che solo ieri in alcune realtà hanno avuto reazioni poco misurate come a Milano, dove si sono visti magistrati brindare o a Napoli dove si è cantato Bella ciao. Insomma, basta scontri, basta sollecitare le ritorsioni che solo la stupefacente fantasia dei padroncini del vapore insegue. Il dato certo è che Giorgia Meloni non potrà presentarsi come alfiera di una nuova Italia che non c’è e non si vede. Lezione numero tre: la Costituzione non si tocca, ci siamo capiti? Altro che premierato! Questo referendum è stato dunque un boomerang per il Governo e quando la Meloni sì è resa conto che la partita si era complicata oltre misura ha cercato di porre ripari mettendoci la faccia. Ma era tardi, in troppi avevano già sbarellato. L’imbarazzo del centrodestra è palmare. Nel campo avverso la soddisfazione tiene banco mentre si avvicinano le politiche con Giuseppe Conte che legge nel voto referendario un avviso di sfratto per la Meloni e misura già ai blocchi di partenza per correre la sfida di Palazzo Chigi.
di Micky dè Finis
