Domenica 20 Giugno 2021

La violenza del silenzio

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Che Hollywood non fosse solo lustrini e red carpet era cosa nota dai tempi del maccartismo, quando un’intera schiera di registi; attori e sceneggiatori negli anni 50 fu allontanata dagli Studios a causa del suo simpatizzare a sinistra. Meno, specie per i non addetti ai lavori, che questo mondo fosse una sorta di porto franco della violenza, di tutti quegli atti di forza compiuti da un individuo su un’altra persona, il violentato, considerato inferiore per condizione economica; sociale o per dato anagrafico e pertanto passabile della violenza subita. Senza dimenticare quelle violenze cosiddette a sfondo omosessuale che hanno coinvolto fra i tanti Kevin Spacey, in parte ascrivibili a quanto si dirà, soffermiamoci su quelle compiute da Weinstein; Hoffman e chissà quanti altri su centinaia di donne e sulle accuse loro rivolte per non aver denunciato ai tempi quanto subito o per aver accettato ciò per scatti di carriera. Fermo restando che bisognerebbe condannare non solo i violentatori ma anche tutti coloro che pur sapendo hanno taciuto, queste accuse sono alquanto risibili: non è forse una vittima quella donna che per realizzarsi professionalmente deve gettare il suo corpo alla mercè di un uomo? E in un mondo maschilista come quello hollywoodiano, dove sono gli uomini a detenere il potere economico, è così facile per una donna, specie ma non solo se sconosciuta, denunciare quanto subito? Semmai bisognerebbe essere critici verso quegli operatori informatici e quei politici al momento morbosamente attaccati sul pezzo ma pronti ad abbandonarlo non appena scemerà l’audience; facendo sì che gli atti di violenza, non solo sessuale, vengano relegati nei trafiletti delle cronache di provincia. Che molte più donne, specie in provincia, rispetto al passato denuncino le violenze subite è un dato sicuramente positivo, favorito anche dall’indipendenza lavorativa in molti casi raggiunta. Soprattutto se consideriamo l’humus culturale tradizionale che vedeva la donna denunciante una ribelle, attentatrice dell’unità della famiglia oltre che meritevole in fondo di quanto subito. Toccava infatti all’uomo lavoratore far rigar dritto la moglie, essendo la femmina per natura volubile, capricciosa e per giunta tentatrice. L’abuso da altri più che subito era ricercato e quindi derubricabile a tradimento. Se però non saranno presenti, specie in provincia, centri di accoglienza per le donne violentate fra le mura domestiche e per i loro figli, pronti a dar loro un aiuto non solo psicologico; se non si farà educazione sui più piccoli; se non si sensibilizzeranno ancor più le forze dell’ordine e i presidi medici a non giudicare neppur implicitamente le vittime di violenza (spinte dalla vergogna a dichiarare che gli ematomi sul loro corpo siano frutto di una botta contro lo spigolo della cucina e non delle botte del partner o che l’abuso sessuale subito sia legato alla spensieratezza di una notte brava) rischiamo di compier loro un ulteriore atto di violenza: farle ripiombare nel silenzio. Condizione diffusa nel buio della provincia, lontano dalle luci di Hollywood.

Domenico Antonio Capone

 

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News · Piazza Duomo

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