Nell’era post-moderna dei Social network la vita reale s’interseca nelle fluide maglie di quella virtuale. Non esistono più i confini spazio-temporali, le interazioni sociali, il lavoro, il gioco, lo studio, le chat sono fruite/consumate velocemente. Al crescere della visibilità e dei like può aumentare o meno la soddisfazione dell’utente/consumatore che osserva e critica il video e l’immagine pseudo vera della rappresentazione del nostro Io. La Rete e i Social se usati in modo consapevole diventano degli strumenti potenti di comunicazione di massa attraverso cui veicolare le informazioni e l’Arte. La piattaforma digitale “Dantebus”, fondata nel 2018, combina l’editoria tradizionale con strumenti tecnologici per promuovere l’arte in tutte le sue forme. E’ un’agorà virtuale in cui s’incontrano gli artisti, poeti, scrittori, pittori, fumettisti ecc, condividendo le proprie opere e interagendo con il pubblico. Le poesie del manfredoniano Luigi Pio Di Giorgio sono state selezionate dalla redazione della Casa editrice Dantebus, a seguito di un concorso per la realizzazione di una collana poetica “I Poeti di Ponte Vecchio”. Il libro contiene le poesie degli otto autori selezionati, tra cui quelle di Luigi Pio Di Giorgio distintosi per la sua originalità e per i temi trattati.
La redazione di Dantebus lo presenta nel libro, disponibile presso le due gallerie di Firenze e Roma, come: “un poeta che scrive con il cuore salato di chi ha navigato i mari della memoria e della nostalgia, e ha scelto di cantare non la resa, ma il ritorno. Nei suoi versi si sente l’eco di antichi racconti, di radici che affondano nella terra e si prolungano nell’acqua, di viaggi interiori che somigliano a epiche moderne fatte di sguardi, orizzonti e silenzi”. Continua “un moderno Omero, Luigi canta il Gargano come fosse Itaca, trasforma il paesaggio in epopea e il passato in preghiera. Le sue metafore, spesso ampie e lente come le onde, hanno il respiro della tradizione e l’intensità del vissuto….”. La redazione di Manfredonianews ha incontrato il giovane poeta sipontino, prof. Luigi Pio Di Giorgio. Insegna lettere ad Asti e racconta la sua esperienza in Dantebus “Ho partecipato al concorso presentando i miei componimenti, molto apprezzati dalla redazione, dando voce a ciò che più mi appartiene: la mia terra, l’amore, l’infanzia, e alcuni tratti nostalgici legati sia alla mia vita passata che a quella futura, in una riflessione malinconica e delicata sul tempo”.
Per Di Giorgio “La poesia è respiro, verità, uno sguardo affascinato e delicato sul mondo che cerco di raccontare con sincerità”. Nei meandri delle pagine web di Dantebus, il poeta manfredoniano, evoca le emozioni e le reminiscenze di un tempo lontano, vissute nel nostro amato Gargano, affascinando l’attento lettore che viaggia con la fantasia, lasciandosi guidare dai suoi versi nostalgici. Complimentandoci per l’ambìto riconoscimento, non ci resta che ammirare la sua poesia e gli altri componimenti pubblicati nel libro “I Poeti di Ponte Vecchio”, visitando il link https://g.co/kgs/qMa7cWi
Grazia Amoruso
GARGAN-TUA
Di Luigi Pio Di Giorgio
Terra amara, roccia amara, amaro
amore, brucia sotto il cielo d’oro.
Pagine di pietra scolpite da mani di fuoco,
sussurrano, canti di dolore,
di popoli perduti, di eterno ardore.
Gargano, figlio di Diomede e padre dell’arco
di mare, cinge il Golfo e veglia sul mio cammino,
per dominare l’orizzonte, scolpito dalla terra,
per amare, gigante di roccia brulla, il mare.
Odo il vento tra le fronde:
accarezza il timo, il ginepro, l’ulivo, il rosmarino,
ammalia il carrubo, gli aghi di pino.
Odo gli aromi, casa e rifugio
di un’infanzia che non vuole mai finire.
Finisce.
E il frinire incessante delle cicale
è la voce che grida nella calura,
un canto che non si spegne mai,
come fiamma dell’eterno calore.
Lo sperone di roccia brulla, avvilisce.
Il rifugio chiama. Lo sperone di roccia brulla
brandisce la mia nostalgia nelle sue braccia dure, piene di ricordi.
Il sole brucia senza pietà,
traccia ombre lunghe di verità.
Dove il verde non osa, il grigio trionfa,
e l’aria è calda come un abbraccio che affoga.
Là, tra il silenzio e l’asprezza del cammino,
un popolo di roccia veglia il mio destino.
Dove il sudore è fiamma, la terra cruda è madre.
Tra le ombre, il silenzio è grido,
in ogni fessura un sogno si nasconde,
e l’anima si fonde, nell’asprezza, nell’infinito,
terra e amore, uno idillio mai finito.
Rocce di memoria viva,
di me che, muto, sfido la fatica.
Terra amara, roccia amara, amaro
amore, che resiste, che ricuce crepe nella nostalgia.
Insiste.
