Giovedì 16 Luglio 2026

Giornalismo e Libertà, Sigfrido Ranucci: Nomen Men

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È davvero complicata la vita di Ranucci. Il suo nome sembrerebbe dire tutto: Sigfrido, parola germanica che deriva da”sigu” (vittoria) e “frid” (pace), quasi a voler significare la “pace attraverso la vittoria” o “tranquillo nella vittoria“. Il pensiero corre dritto all’opera di Richard Wagner che lancia sulla scena l’eroe, il protagonista de “L’anello del Nibelungo”, simbolo di libertà e audacia che nelle leggende sorte nell’età vichinga arriva a sopprimere il drago Fafnir e ottiene l’invulnerabilità. Allora è Ranucci che assicura la pace con la vittoria? NOMEN OMEN! Per difendere la libertà di stampa, perché di questo parliamo qui, serve vedere dove si nascondono i draghi malefici in questo nostro Paese. E la storia, il vissuto di Ranucci, la sua passione civile ci guida in questa ricerca che può aiutarci a guardare oltre le verità di comodo. Aver presentato il suo Diario di un Trapezista nell’Aula Magna dell’Ateneo così piena e attenta e conversato lungamente con lui a cena è stato per me come respirare ossigeno puro. Basta stargli accanto e parlargli per capire come a volte, troppo spesso direi da un po’ di tempo a questa parte, l’amore per il tuo lavoro ti regali quell’ansia che solo la cultura del sospetto generata dalla viltà può costruire. Conosco Sigfrido non da oggi. Ancor prima che arrivasse in Rai mi piaceva molto leggerlo su Paese Sera, un giornale di quelli seri di una volta. Il giornalismo d’inchiesta è la sua vita e Report il vero sipario dove i suoi racconti minuziosi vanno in scena come rammagliati con aghi speciali. Una laurea in lettere alla Sapienza, cattolico praticante, tre figli, Ranucci approda in Rai nell’89 dopo aver scritto anche per il Corriere della Sera. Sua l’idea di Rai3 Off The Report, curato da giovani giornalisti. Dal 2017 è il nuovo conduttore di Report. Prende il posto di Milena Gabanelli, per il quale riceverà, nel 2021, il premio Flaiano per la televisione. Ma di premi ne ha ricevuti almeno 18 per quel che ne so. Cinque anni fa il compianto Franco Di Mare lo sceglie come vicedirettore di Rai 3. Ma facciamo un passo indietro. Era il 2001 quando nel corso di un’inchiesta sulle stragi di mafia Ranucci ritrova e trasmette l’ultima intervista, per anni rimasta nascosta, di Paolo Borsellino, in cui il magistrato, solo poche ore prima della strage di Capaci, parlava dei rapporti tra Marcello Dell’Utri, il boss di Cosa Nostra Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi. Ricordo che quell’intervista fu come una bomba atomica che scatenò polemiche al vetriolo nella politica. Dopo otto anni pubblica il libro: Il patto: da Ciancimino a Dell’Utri, oltre 350 pagine in cui, con Nicola Biondo, Ranucci descrive quei fatti davvero raccapriccianti poi passati alla storia come la trattativa Stato-Mafia nel racconto di un infiltrato. Sono anni impegnativi per Sigfrido che nel 2010 è autore dell’inchiesta che porta al ritrovamento e al sequestro della pinacoteca di Callisto Tanzi, il patron di Parmalat che fino a quel momento era riuscito a nascondere tutto agli inquirenti. Poi l’attentato. Nel cuore della notte romana del 16 ottobre di quest’anno un potente ordigno distrugge la sua auto e danneggia quella della figlia. Il giornalista vive ormai sotto scorta dal 2021, dopo le minacce di morte da parte della mafia. Adesso mi chiedo come vogliamo catalogare questo impegno, questa propensione a dare un nome ai fatti e alle cose in cui scava Ranucci? Sorvolerei sulla querulomania di cui è affetta la politica di tutti gli schieramenti, una malattia acuta specie nel centrodestra che accusa Ranucci di essere un fazioso e dì voler delegittimare il servizio pubblico. Ovvio che le inchieste scomode non sono gradite come quelle che hanno coinvolto esponenti del governo come Fazzolari, Giorgetti, Santanché, La Russa, Gasparri. Ed è inutile dire dei pochi politici, da Giuseppe Conte a Ruotolo che hanno difeso il suo operato denunciando il tentativo di intimidazione e delegittimazione che cova verso il giornalismo d’inchiesta, specialmente dopo l’attentato alla sua abitazione. Nel diritto della scienza penale il tentativo è qualificato come un “reato nano” o “putativo”. Descrive l’istinto criminogeno. Ricordo di averlo studiato in università. E intanto, mentre continuano a fioccare le querele, perché in questo nostro Paese si querelano le verità, Ranucci, più resiliente che mai, va avanti con la schiena dritta. Tutto ruota intorno alla corruzione, al potere, alla giustizia distorta e all’ ipocrisia perché la paura e l’egoismo corrompono la politica, usando le querele come armi tattiche per proteggere interessi personali, con un fondo di cinismo sulla verità e la giustizia. Siamo seri, insomma. L’aria che tira è tutt’altro che leggera. Si avverte come un desiderio di censura sulla stampa, la voglia di manipolare notizie per mascherare fatti e trasformare i giornali in strumenti di propaganda. È un dato di fatto che l’idea di imporre giornalisti graditi al governo nel servizio pubblico per garantire il consenso avanzi paurosamente. Ora non saprei dire se questo è una nostalgia del Minculpop dell’Istituto Luce. Ma il sospetto è forte. E la storia di Sigfrido Ranucci lo conferma. Perché un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova.

Agatha Christie docet.

di Micky dè Finis

Articolo presente in:
News · Venti ed Eventi

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