Giovedì 16 Luglio 2026

Migranti a Manfredonia: tra dovere, polemiche e realtà… le due facce dell’accoglienza

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La gestione dell’accoglienza dei migranti in Italia non è una scelta lasciata all’improvvisazione, ma un sistema regolato da norme precise stabilite dallo Stato. Le prefetture coordinano i flussi, individuano le strutture e assegnano ai territori quote e responsabilità. In questo quadro, comuni e istituzioni locali – così come la Chiesa – sono chiamati a rispettare regole chiare, ma anche a confrontarsi con un dovere che non è soltanto amministrativo, bensì profondamente umano e morale. È proprio in questo equilibrio, tra legge e coscienza, che si inserisce quanto sta accadendo a Manfredonia. A Manfredonia, la trasformazione della Casa della Carità in un centro di accoglienza per richiedenti asilo ha acceso un dibattito, a tratti duro. La struttura, da anni punto di riferimento per i più fragili, è stata individuata – su impulso della Prefettura – come Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS), destinato a ospitare circa settanta migranti già presenti sul territorio. Una scelta che rientra in un sistema nazionale ben definito, ma che ha incontrato resistenze locali. Il sindaco La Marca, ha parlato di una decisione complessa ma necessaria, legata anche al superamento di situazioni critiche come quella della cosiddetta “pista” di Borgo Mezzanone, uno dei luoghi simbolo del degrado e dello sfruttamento nel territorio. A difendere con forza il progetto è stato l’arcivescovo Franco Moscone, che ha richiamato un principio tanto semplice quanto divisivo: accogliere è un dovere, umano prima ancora che cristiano. Le sue parole hanno però scatenato una reazione violenta, soprattutto sui social, dove si sono moltiplicati attacchi personali e critiche. Una parte della cittadinanza e della politica contesta tempi e modalità dell’accoglienza, chiedendo maggiore chiarezza e temendo ripercussioni sul territorio. Eppure, il vescovo insiste su un punto centrale: non si può ignorare ciò che accade a pochi chilometri di distanza, dove migliaia di persone vivono in condizioni estreme, spesso vittime di caporalato, sfruttamento e marginalità. La Casa della Carità non è una struttura improvvisata. Da oltre un decennio rappresenta un presidio concreto di solidarietà: offre posti letto, mensa, assistenza sanitaria, supporto legale e orientamento al lavoro. Solo nell’ultimo anno ha registrato migliaia di interventi tra distribuzione alimentare, pasti e servizi. Accanto all’accoglienza, si sviluppano anche percorsi di integrazione: corsi di formazione, conseguimento di patenti, sostegno all’inserimento lavorativo. Azioni che mirano a sottrarre le persone al circuito dello sfruttamento e restituire dignità. Il caso di Manfredonia racconta in modo emblematico la complessità del fenomeno migratorio. Da una parte ci sono le storie di chi fugge: guerre, povertà, violenze, mancanza di prospettive. Nessuno lascia la propria terra senza una ragione profonda. Dall’altra parte ci sono le comunità che accolgono, chiamate a gestire un impatto reale fatto di risorse limitate, equilibri sociali e paure spesso alimentate da incertezza e disinformazione. Negare una di queste due dimensioni significa non comprendere davvero il problema. Pensare che ciò che accade altrove non ci riguardi è una posizione sempre più fragile. Le migrazioni non sono un fenomeno distante: sono il riflesso di un mondo interconnesso, dove crisi e disuguaglianze attraversano i confini. Allo stesso tempo, però, l’accoglienza non può essere ridotta a un principio astratto. Richiede organizzazione, regole, sostenibilità. È qui che lo Stato, le istituzioni locali e la società civile devono lavorare insieme, evitando sia la chiusura totale sia un approccio privo di realismo. La vicenda di Manfredonia non è un caso isolato, ma uno specchio di ciò che accade in molte realtà italiane. Da un lato la paura, dall’altro il richiamo ai valori di solidarietà e dignità umana. La vera sfida è tenere insieme questi due piani: riconoscere il diritto delle persone a vivere una vita dignitosa e, allo stesso tempo, garantire una gestione ordinata e responsabile dell’accoglienza. Perché, alla fine, la questione migratoria non riguarda “gli altri”. Riguarda il tipo di società che vogliamo essere: una società che si chiude, o una che, pur tra mille difficoltà, sceglie di non voltarsi dall’altra parte.

di Raffaele di Sabato

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