Giovedì 16 Luglio 2026

Dall’insulto alla responsabilità: una comunità davanti allo specchio

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Ci sono parole che feriscono più di uno schiaffo. Parole che non restano sospese nell’aria, ma si insinuano nel tessuto di una comunità, lo lacerano, lo mettono alla prova. L’affermazione rivolta all’assessore Maria Teresa Valente appartiene a questa categoria: non è soltanto un’offesa personale, ma un segnale inquietante di quanto, a volte, si possa smarrire il senso del limite, della dignità, dell’umanità. Eppure, ciò che rende questo episodio ancora più amaro è la consapevolezza – o forse l’inconsapevolezza – di chi lo ha pronunciato. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere la radice del problema: una leggerezza pericolosa, una superficialità che trasforma la violenza verbale in qualcosa di apparentemente “normale”, quasi accettabile. Dire a qualcuno “ti auguro di essere violentata da uno straniero” non è mai uno sfogo, non è mai un’opinione: è un abisso morale.

Questo episodio non è isolato. Si inserisce in un clima più ampio, alimentato da commenti rabbiosi e spesso disinformati che circolano sui social, diretti contro il vescovo, contro il sindaco, contro chiunque sia chiamato a gestire un tema complesso e delicato come quello dei migranti. È facile, troppo facile, liquidare la questione come qualcosa che “non ci riguarda”. Ma è proprio qui che si misura la maturità di una comunità: nella capacità di riconoscere che ciò che accade nel mondo, prima o poi, ci tocca da vicino. La gestione dei migranti non è solo una questione politica: è una questione umana. Richiede equilibrio, responsabilità, visione. E richiede rispetto, anche nel dissenso. Perché si può – e si deve – discutere, anche con forza, ma senza mai oltrepassare quella linea che separa il confronto civile dalla violenza. E allora, in mezzo a questo rumore, emerge con forza un’altra voce: quella della città che si è stretta attorno all’assessore Valente. Una città che ha saputo dire “no” all’odio, che ha scelto la solidarietà invece dell’indifferenza. È questa la vera identità collettiva, quella che non fa notizia quanto gli insulti, ma che rappresenta il cuore pulsante di una comunità. Il vero dramma, forse, non è solo l’esistenza di certe parole, ma il terreno che le rende possibili: l’assenza di partecipazione, la distanza emotiva da ciò che accade, la rinuncia a sentirsi parte di qualcosa di più grande. Quando smettiamo di interessarci, quando ci convinciamo che “non è affar nostro”, lasciamo spazio a un vuoto che viene riempito da rabbia, ignoranza e paura. Recuperare il senso civico significa, prima di tutto, recuperare uno sguardo. Guardare gli altri non come bersagli, ma come persone. Guardare chi amministra non come nemico, ma come interlocutore. Guardare il mondo non come qualcosa di distante, ma come una realtà che ci attraversa ogni giorno. Perché una città non si definisce dalle parole peggiori che qualcuno pronuncia, ma dalla forza con cui riesce a respingerle. E in quella forza, oggi più che mai, c’è la speranza.

Raffaele di Sabato

Articolo presente in:
News · Politica

Commenti

  • Le contestazioni verbali durante un consiglio comunale aperto ai cittadini non dovrebbero mai degenerare in espressioni offensive, ingiuriose o di minacce. Sebbene il dibattito politico comunale goda di ampie tutele in base al diritto di critica, questo trova un limite invalicabile nel rispetto della dignità della persona, nel decoro delle istituzioni e nelle regole stabilite dai regolamenti comunali. Le frasi non possono travalicare in ingiurie personali e soprattutto minacce che violano la dignità del procedimento. Quando la cittadinanza è presente, l’obbligo di mantenere un comportamento decoroso diventa ancora più stringente per garantire la funzione democratica dell’Istituzione.

    Michelarcangelo Simone 03/05/2026 19:40 Rispondi

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