Ho letto con molto rispetto la riflessione del dott. Michele M. G. Apollonio, arrivata dopo qualche settimana dall’insediamento della Consulta delle Donne (me l’aspettavo un po’ prima, devo dire…), ma non ne condivido, ovviamente, la premessa.Da donna, da docente e da consigliera comunale, credo sia utile, a questo punto, ricordare che una Consulta non è un luogo di rappresentanza esclusiva, ma uno strumento di partecipazione su temi specifici: la sua esistenza non sottrae voce a nessuno.
Nessuno si scandalizza per la Consulta dei Giovani o per altri organismi dedicati a particolari realtà della comunità. Perché, allora, la Consulta delle Donne dovrebbe essere letta come una contrapposizione agli uomini?
La risposta è semplice: si continua a confondere uguaglianza con omologazione. La parità non consiste nel cancellare gli spazi dedicati alle questioni che riguardano ancora oggi in modo particolare la condizione femminile. Consiste nel creare le condizioni affinché quella parità sia concreta e non soltanto dichiarata.
Se fosse già pienamente realizzata, non parleremmo ancora di differenze retributive, difficoltà nella conciliazione tra lavoro e cura, violenza di genere, sottorappresentazione nei luoghi decisionali o stereotipi che continuano a incidere sulle opportunità di tante donne.
Affermare che, poiché oggi molte donne ricoprono ruoli di responsabilità, non vi sia più bisogno di strumenti di partecipazione dedicati significa confondere le conquiste raggiunte con gli obiettivi pienamente realizzati. Non è così. I diritti conquistati non sono un punto di arrivo definitivo, ma un patrimonio da consolidare attraverso il confronto e la partecipazione.
Una Consulta delle Donne non divide la città, né crea cittadini di serie A e di serie B. Al contrario, mette a disposizione dell’intera comunità competenze, esperienze e proposte che possono migliorare le politiche pubbliche.
Se un domani il Consiglio comunale riterrà opportuno istituire altri organismi consultivi, su specifiche esigenze della comunità, sarà una scelta legittima. Ma sostenere che la Consulta delle Donne sia “squilibrata” perché non esiste una Consulta degli Uomini significa costruire una simmetria che non trova fondamento né nella storia né nella realtà sociale.
L’obiettivo finale non è dividere uomini e donne, né alimentare contrapposizioni sterili: è costruire politiche migliori per tutti. E per farlo occorre avere il coraggio di ascoltare anche quei punti di vista che, per troppo tempo, sono rimasti ai margini dei processi decisionali.
La partecipazione non si misura contando chi siede intorno a un tavolo, ma si misura dalla capacità delle istituzioni di dare spazio alle competenze, alle esperienze e ai bisogni della comunità. E una Consulta delle Donne va esattamente in questa direzione: non sottrae voce a nessuno, ma aggiunge valore al dibattito pubblico.
Michela Quitadamo
