Martedì 16 Aprile 2024

La sfida incessante del Maestro Robustella

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Antonio ROBUSTELLA – Manfredonia (Fg), 1951

Particolarmente forte è il senso del colore nel ceramista Antonio Robustella. La cosa non è affatto casuale se si considera che egli, nel 1971, consegue il Diploma in “Decorazione Pittorica” presso l’Accademia “Pietro Vannucci” di Perugia. Nelle sue originali (quanto fitte) decorazioni prevalgono costantemente: contrasto cromatico e opponenza cromatica. Le sue maschere carnascialesche (e non solo), i suoi vasi, le sue sculture sembrano sfidare incessantemente il tempo, la massa (materia) e l’ovvietà.

La sua Arte appare alquanto moderna, ma anche incredibilmente istintiva, se non propriamente primordiale. Questo accade soprattutto quando egli rivisita alcune decorazioni dell’antica Daunia o modella maschere raffiguranti il Satanello. Maschera, quest’ultima, che richiama alla mente taluni riti Baccanali. Le maschere del Robustella affascinano e ispirano, inquietano e… divertono.

Oscar Wilde affermava: << Una maschera ci dice più di una faccia >>. Le maschere in genere, ancor più quelle del Robustella, dicono più di tante facce o… facciacce .

Mi sovviene, a questo proposito, l’alquanto noto componimento “La Maschera” del grande Trilussa.

Poesia in cui si faceva riferimento ad una maschera buffa ch’è restata sempre co’ la medesima espressione. Maschera a cui il celebre poeta romanesco chiedeva: << E come fai a conservà lo stesso bonumore / puro ne li momenti der dolore, / puro quanno me trovo fra li guai? >>.

La risposta della maschera era: << E tu che piagni / che ce guadagni? Gnente! Ce guadagni / che la gente dirà: Povero diavolo, / te compatisco… me dispiace assai… / Ma, in fonno, credi, nun j’importa un cavolo! >>.

In ciascuna opera del Robustella, in ogni sua maschera, traspare una sorta di forza deformante. Forza capace di esaltare, ma anche di attenuare la bellezza di ciò che lo (ci) circonda. Energia misteriosa, che forse costituisce la vera essenza dell’Arte (di quella vera).

Arte eterna, che non teme l’oblìo né il giudizio di alcun critico d’Arte dell’ultima ora.

Arte che sopravvive a se stessa, Arte nutrice e sorella. Arte che consola dalla superficialità e dal paradossale egoismo di quest’era del web 2.0. Arte che ci ricorda di essere “viventi”.

Arte che ci riconcilia con il rosso di quell’ancestrale fuoco… Arte di questo tempo; eppure, senza tempo.

Anche i suoi dipinti “a spatola”, non molto numerosi per la verità, riflettono questo persistente desiderio di materia e di colore. Ogni suo dipinto, anche quello più piccolo, è un armonioso connubio (o compromesso?) tra pittura e scultura. In ogni suo quadro diventa pressoché impossibile capire dove finisce la pittura e inizia la scultura.

Qualcuno sostiene che a spingere il Robustella verso la pittura materica “a spatola” sia stato il grande pittore statunitense William Grosvenor Congdon (* Providence, 15 aprile 1912 – + Milano, 15 aprile 1998). Pittore che Robustella conobbe, nel 1964, ad Assisi. Ciò, secondo il mio parere, è alquanto vero. Taluni suoi lavori “a spatola”, infatti, ricordano la profonda spiritualità di cui è intrisa quasi ogni opera del Congdon. Il cromatismo del Robustella, tuttavia, non è solo quello delle atmosfere mistiche di antichi conventi o di taluni paesaggi interiori (destinati, questi ultimi, a diventare sempre meno colorati negli ultimi anni di vita di Gongdon).

Nella maggior parte dei lavori del Nostro, di contro, si può rivedere il colore del grano maturo del Tavoliere, dellle piante di fichi d’India abbarbicate su alture impervie del nostro Sud, delle tante orchidee spontanee del Gargano, del mare della sua Manfredonia, della luce sulla calce di taluni muri di Puglia, dei volti di persone e personaggi del carnevale sipontino. La pittura è poesia silenziosa diceva Simonide Di Ceo (556 – 468 a.C.), poeta e lirico greco. La pittura del Robustella è sì poesia silenziosa, ma mai troppo.

Le opere (tutte) di questo Artista palpitano di vita. Esse si nutrono dei colori della sua Terra e del chiassoso vocìo dello strùscio: quello dello storico corso Manfredi della sua (e mia) città, in cui da anni (circa quaranta) ha sede la sua bottega. Bottega, che originariamente era una stalla, dove un tempo alloggiavano poderosi cavalli. Luogo umile, che rispecchia in un certo qual modo l’indole del Robustella. Artista, fra l’altro, da sempre simpatizzante francescano. Artista di cui mi onoro di essere amico da più di vent’anni, e che meriterebbe una più alta collocazione nel mondo dell’Arte. Mondo, mai come oggi, sin troppo influenzato dal mercato (dell’Arte) e dai tanti (troppi) collezionisti.

Francesco Granatiero

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Commenti

  • E’ un grande artista, forse sottovalutato

    Esteta 17/02/2014 2:28 Rispondi

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