Quanto è vitale Manfredonia? La domanda non ha una risposta semplice. Si affaccia sul mare, respira l’aria dell’Adriatico, vive all’ombra del Gargano. Ha piazze larghe, un lungomare che al tramonto si riempie di passi lenti, associazioni culturali che resistono con ostinazione. Sulla carta, nulla sembra mancare. Per gli adulti l’offerta esiste: rassegne, presentazioni di libri, spettacoli teatrali stagionali, concerti estivi che animano le serate. Le scuole di danza lavorano, le palestre sono frequentate, i locali tengono accese le luci fino a tardi. C’è un tessuto che prova a restare vivo, a costruire momenti di incontro. Il problema emerge guardando i più giovani. Gli adolescenti si muovono in gruppo ma senza un vero centro. Non è solo questione di eventi, ma di spazi quotidiani. I luoghi di ritrovo sono pochi, spesso improvvisati e a volte anche pericolosi: una panchina, un tratto di lungomare, l’ingresso di un bar o una sala giochi. Mancano spazi pensati per loro, accessibili, continui, riconoscibili e sicuri. Mancano sale studio aperte la sera, laboratori creativi, centri culturali che non siano solo iniziative occasionali. Così il divertimento diventa attesa. Oppure fuga. Chi può si sposta verso città più grandi; chi resta si rifugia nello schermo di un telefono. L’isolamento non è silenzioso, è luminoso, è fatto di notifiche che sostituiscono le voci. Manfredonia ha energia, ma deve decidere dove indirizzarla. Perché una città non è vitale quando organizza qualcosa, ma quando offre ai suoi giovani un luogo dove tornare ogni giorno. Senza quel luogo, la vitalità resta un’eco sul mare.
Francesca D’Ambrosio IVB Scienze Umane Base
Articolo realizzato nell’ambito del progetto FSL “Passeggiate urbane. Osservare per raccontare” del Liceo Roncalli Fermi Rotundi Euclide in collaborazione con ManfredoniaNews
