Lunedì 21 Giugno 2021

Caro Sindaco ti scrivo…

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Non preoccuparti, sii tranquillo, non arrabbiarti se l’amato cafone non ha voluto quest’anno lasciare la campagna per venire con lo sgangherato carretto in città. Non è servito dirgli che schiere di mattacchioni erano già pronti a seguirlo in indiavolate scorribande e le deliziose bellezze del golfo l’attendevano con ardore di giovinezza. Essendo  ormai vecchio e stanco, non è bastato neanche rammentargli che, dopo un anno di duro lavoro nei campi, è giusto sfrenarsi con fasti, balli e la solita allegria, dimenticando la crisi, le bollette e i malanni della vita.

Lo hanno pregato gli amici; lo hanno invocato i giovani; lo hanno atteso tutti quelli che non possono pagare l’affitto ed i tanti sfortunati che si aspettavano da lui un benefico sollievo. Era vagheggiato perfino da un singolare menestrello come me, piuttosto incline a guardare con occhio severo quello che non va, non ciò che funziona. Non vi è stato verso. Ha risposto che non è più tempo per lui; che una volta l’anima del carnevale aveva nella spontaneità popolare la sua forza. Dove sono finiti i battaglioni che invadevano le vie della città, correndo dietro ad un fischietto? E le socie, dove sono finite le socie, in cui si distribuivano patate al forno e torcinelli a mezzanotte o le specialissime farrate, ben diverse da quelle di oggi? Dove sono le maschere singole, a coppia e di gruppo, vestite di spontaneità e fantasia? Questo ci ha risposto Ze Pèppe, rifiutandosi di procedere all’apertura dei festeggiamenti, che una volta, con baldanzosa allegria, annullavano ogni tristezza, ogni differenza tra ricchi e poveri, autorità e cittadini.

Comunque, festoso Sindaco che attendi ogni anno che si ripeta il gioco del carnevale, io ho capito il vero motivo dell’ostinato suo rifiuto. È vero che nei tre giorni del carnevale gli è consentito saltare e ballare senza pensiero, scordandosi pure della sua acuta broncopolmonite (‘a penture); ma è anche vero che dopo tre giorni di baldoria, finita la festa, inizia per lui un’altra festa. Da re, Ze Pèppe ridiventa fantoccio, un insaccato di paglia dentro un abito logoro, il cappello sfrangiato e la camicia cafona. Viene tirato giù dal trono per le stesse mani che, dopo averlo blandito, sono già pronte ad allestirgli, tra schiamazzi e finti lamenti, sarcastici funerali. Sempre così finiscono nella vita i poveretti come lui, dapprima giubilati e poi brutalmente bruciati come pupazzi. Così è finito ogni anno il nostro Ze Pèppe Carnevale, dopo essersi illuso, per tre giorni, di essere un re.

Cordiali saluti.

Italo Magno

italo@italomagno.com

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News · Piazza Duomo

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