Giovedì 16 Luglio 2026

L’attentato balordo

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L’episodio dell’attentato dinamitardo ad un ristorante pone severe riflessioni e impone seri interventi di ordine morale e di educazione civica che incidano nel profondo della comunità 

 

  Ha giustamente destato scalpore e indignazione l’attentato dinamitardo al ristorante “Taràssaco” nella notte inoltrata di Capodanno. Ha impressionato per le modalità non certo di quelle mirate a fare male, distruggere l’obiettivo preso di mira; ma neanche da prendere sottogamba. Non si è, insomma, trattato, stando al danno prodotto, di un ordigno “professionale”, bensì di una bomba carta di quelle usate per “festeggiare” il Capodanno. Il che non sposta di un millimetro il nocciolo della questione, che rimane grave e inammissibile.

Il “Taràssaco” si trova nell’ambito dell’area naturalistica Salvemini, appena fuori Manfredonia, a monte della strada per San Giovanni Rotondo. È molto frequentata da sportivi che praticano il tennis e il calcio avendo a disposizione campi attrezzati e curati. Tra questi il “Taràssaco” di Massimo Rinaldi molto accorsato per la cucina privilegiata e la cura e l’ospitalità in un clima amicale.

Non si spiega pertanto l’attentato risoltosi in danni alla vetrata d’ingresso del ristorante quando questi era chiuso. Un attentato balordo. Ha infranto quel clima di tranquilla festosità cha ha caratterizzato il periodo natalizio ormai al termine. Le forze dell’ordine sono all’opera per individuare gli incauti attentatori che tutto fa ritenere siano dei non meglio qualificabili giovani che si muovono in gruppo in cerca di emozioni speciali che il più delle volte sfociano in situazioni disastrose estreme come quella verificatasi in Svizzera (ma in Italia per via dei botti di Capodanno c’è stato un morto e numerosi feriti).

Da più parti, anche politiche, si chiedono interventi che portino alla “affermazione della legalità”, uno “sforzo collettivo implacabile” e via di questo passo, senza tuttavia indicare una qualche azione concreta. Salvo a “riporre fiducia nel lavoro delle forze dell’ordine”.

È probabile (auspicabile) che l’autore o gli autori dell’attentato vengano individuati e sanzionati opportunamente. Un epilogo che in ogni caso non cancellerà il malfatto né tanto meno farà da esempio per azioni similari. Fuori dalla retorica e dagli infingimenti, è ormai usuale vedere a Manfredonia gruppi di ragazzi, anche di giovanissima età, scorrazzare fino a notte alta (anche le due, le tre) per la città senza meta.

Una presenza che non passa inosservata e che alimenta, soprattutto tra la cosiddetta “gente benpensante”, domande e giudizi come: dove sono le famiglie? che educazione viene impartita a questi ragazzi?

  Interrogativi comprensibili, ma che rischiano di fermarsi alla superficie. Il fenomeno, infatti, non può essere liquidato come semplice mancanza di controllo familiare. Anche quello. È che dietro a quelle presenze notturne ci sono spesso dinamiche più complesse: famiglie che lavorano fino a tardi, spazi di aggregazione scarsi o poco attrattivi, un’offerta culturale non sempre accessibile o continuativa, il bisogno, tipico dell’adolescenza, di stare insieme e misurarsi con l’esterno. Un ventaglio di situazioni estreme.

È vero: la famiglia resta il primo presidio educativo e la responsabilità genitoriale non può essere delegata interamente ad altri. Ma è altrettanto vero che l’educazione è un processo collettivo, che coinvolge scuola, istituzioni, politica, associazioni, parrocchie, città intera. Una comunità che osserva e giudica, senza interrogarsi su ciò che offre ai suoi giovani, rischia di rinunciare al proprio ruolo.

E dunque: quali alternative reali proponiamo a questi ragazzi? Spazi sicuri dove incontrarsi, iniziative serali, sport, musica, cultura, occasioni di protagonismo. Senza queste opportunità, la strada diventa l’unico luogo di socialità possibile. I giovanissimi che si vedono in giro non sono solo un problema di “ordine” o di “educazione”: sono un segnale. Ascoltarlo e dedurne le iniziative potrebbe essere il primo passo per restituire senso e direzione a una città che voglia davvero dirsi comunità educante.

  Michele Apollonio

 

 

 

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